Cile, 11 settembre 1973: democrazia in frantumi

di Ruggero Tantulli

Quarantasette anni fa il colpo di Stato dei militari metteva fine al governo socialista di Salvador Allende, suicidatosi alla Moneda prima di essere catturato. Un golpe studiato e diretto dagli Stati Uniti, che ha portato il generale Augusto Pinochet alla guida del Paese. Instaurando una feroce dittatura, fondata su stermini, violenze e principi economici neoliberisti


Santiago, 11 settembre 1973. Mezzogiorno. Gli aerei militari bombardano la Moneda, il palazzo presidenziale. Dentro, il presidente Salvador Allende. Occhiali, giacca di lana, maglione a rombi chiari e scuri e un paio di pantaloni grigi. Con lui dodici membri del Gap (Gruppo di amici personali, gli addetti alla sicurezza del «Compagno Presidente»). Poco distante, centinaia di soldati attaccano il ministero dei Lavori pubblici, difeso da altri sei uomini del Gap. Fumo, fuoco. «Uscite», è l'ultimo ordine di Allende ai suoi, prima di suicidarsi. Risparmiando al popolo cileno l'umiliazione della sua cattura, tradito da chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Paese.


La fine della democrazia, in Cile, ha una data precisa. Quarantasette anni fa i militari guidati dal generale Augusto Pinochet eseguivano il piano studiato e finanziato dal consigliere per la sicurezza nazionale Usa Henry Kissinger, rovesciando con le bombe il governo democratico di Salvador Allende e della sua coalizione, Unidad Popular.


«Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». Così diceva Kissinger, successivamente segretario di Stato Usa e premio Nobel per la pace - proprio nel 1973 -, a proposito dell'elezione di Allende, avvenuta il 4 settembre 1970. Una vittoria, quella del fronte socialista, che non era mai stata digerita a Washington, dove l'amministrazione Nixon non nascondeva le sue preoccupazioni economiche e geopolitiche.


Tanto è vero che i tentativi di mettere fine all'esperienza di Unidad Popular, che stava costruendo la "via cilena al socialismo", non sono mancati nei mille giorni di governo Allende. L'ultimo, nemmeno tre mesi prima del golpe che ha cambiato la storia del Cile e dell'America Latina, è datato 29 giugno 1973: allora era stato il generale Carlos Prats, poi rimpiazzato da Pinochet, a fermare il colpo di Stato. Fedeltà pagata con la vita: a dittatura instaurata, Prats sarebbe stato raggiunto da un commando a Buenos Aires.


Con il golpe dell'11 settembre 1973, per il Cile è iniziata una feroce dittatura, terminata solo nel 1988, quando un referendum sancì la "transizione" alla democrazia, recuperata formalmente nel 1990. Una dittatura, quella di Pinochet - scelto da Kissinger perché ritenuto il più fidato difensore degli interessi a stelle e strisce nel pieno della Guerra Fredda - basata su stermini, sparizioni, saccheggi e torture.


Ma anche sulla teoria economica neoliberista stilata da Milton Friedman e dai suoi colleghi della Scuola di Chicago: meno Stato, più mercato, privatizzazioni a non finire e deregolamentazione dei rapporti di lavoro. Principi cristallizzati nella Costituzione del 1980, che il prossimo 25 ottobre i cileni sono chiamati ad archiviare. Con un nuovo, importante, referendum.