Luis Sepúlveda, il ricordo dell'amico Rodrigo Andrea Rivas

di Ruggero Tantulli

La militanza a sostegno del socialismo di Allende, il carcere, l'esilio. Ma anche i romanzi e il rispetto della natura. Con degli aneddoti curiosi, come quel gagliardetto del Cile che lo ha avvicinato alla poesia e quei racconti erotici sulla professoressa del liceo, da cui iniziò la sua carriera di scrittore. Questo era "Lucho", amato nel suo Cile e fuori. Rivas, ex direttore di Radio Popolare, lo ricorda con una frase che Saramago disse di sè: «Da bambino avevo molti sogni. Da adulto ho cercato di non deludere quel bambino che era in me»


«Era un compagno, nel vero senso della parola, ovvero uno con cui si può dividere il pane».

A ricordare Luis Sepúlveda, morto di coronavirus a 70 anni a Oviedo, in Spagna, dove viveva, è l’amico Rodrigo Andrea Rivas, esule cileno come “Lucho”, ma in Italia dal 1974. «Quest’anno sarei dovuto andare a trovarlo nelle Asturie, a un festival della letteratura».


Poeta, scrittore, giornalista e militante socialista, Sepúlveda era amato sia nel Cile da cui era fuggito dopo il golpe di Augusto Pinochet sia fuori dal suo Paese.

«Per me è stato lo scrittore contemporaneo più importante d’Europa», commenta Rivas, ex direttore di Radio Popolare oggi 72enne, con un passato da giovane deputato tra i banchi di Unidad Popular, la coalizione che sosteneva il governo di Salvador Allende.


Fino a quell’11 settembre 1973, quando i militari cileni deposero il presidente socialista instaurando la dittatura gradita a Washington. Di Allende, Sepúlveda era guardia del corpo volontaria, ma quel giorno, durante l’attacco alla Moneda, era di guardia all’acquedotto.

«È stato un militante per tutta la vita, non smettendo mai di occuparsi dei problemi degli altri», racconta Rivas, scrittore ed economista, oltre che giornalista.


Il gagliardetto del Cile e la ragazza del trasloco: così nacque il poeta Sepúlveda


Nato a Ovalle, nel nord del Cile, Sepúlveda crebbe in un quartiere popolare di Santiago.

La passione per il calcio, che per i ragazzi poveri di periferia come lui significava giocare per la strada con un pallone di stoffa, è alla base di un curioso episodio, grazie al quale Sepúlveda scoprì la passione per la poesia.


«Sognava di fare il centravanti nel Magallanes, la squadra per cui tifava, e il fisico ce l’aveva, anche se solo quello», scherza Rivas. «Un giorno, avrà avuto 13 o 14 anni, conobbe una bellissima ragazza che si stava trasferendo vicino a casa sua. La aiutò nel trasloco, arrivando in ritardo all'allenamento. Il giorno dopo, per conquistarla, le regalò la cosa a cui più teneva, un gagliardetto della Nazionale cilena firmato dai calciatori. Tutti noi, ragazzini cileni di quegli anni, eravamo innamorati della Roja, la Nazionale che era appena arrivata terza ai Mondiali del 1962, giocati proprio in Cile. Quel gagliardetto, per Sepúlveda, era una reliquia, eppure la ragazza non sembrò dare importanza al regalo. Stupito, le chiese come mai, e lei rispose: “Sai, io amo la poesia, non il calcio”. Fu così che Sepúlveda si avvicinò alla poesia».


Le avventure della professoressa: così iniziò la carriera da scrittore


A un altro aneddoto di gioventù si lega invece l’inizio della carriera da scrittore.

«Al liceo - continua Rivas - Luis cominciò a scrivere dei racconti artigianali che avevano come protagonista la professoressa più bella della scuola, a metà tra il sentimentale e l’erotico. Un giorno decise di metterli in vendita e una delle copie finì al rettore, che lo convocò minacciando di espellerlo. Ma a salvarlo fu la stessa professoressa, che non l’aveva presa male e anzi era divertita dalle sue storie: questo gli fece capire che poteva mantenersi scrivendo».


Uomo avventuroso, incarcerato due volte dai pinochetisti, Sepúlveda era nipote di un anarchico andaluso, fuggito in Cile per evitare una condanna a morte da parte del regime di Francisco Franco. Per un curioso destino, a lui toccò il percorso inverso, dal Cile alla Spagna, dove è morto per il virus contratto a fine febbraio.


In mezzo, una vita ricca di esperienze, dal campo di concentramento cileno al lavoro come camionista in Germania, dal viaggio lungo l’America Latina (celebre la sua frase «L’America Latina confina a nord con l’odio, e non ha altri punti cardinali») alla decisione di imbarcarsi su una nave di Greenpeace.

Con un grande rispetto della natura e della gente, a partire dai popoli nativi come i mapuche.


«Un ragazzo povero di provincia diventato uno scrittore di grande successo, rimanendo sempre modesto nel modo di porsi», continua Rivas, che lo ricorda come una persona divertente e interessante.

Dopo la gioventù, i due si erano ritrovati in esilio, uno in Spagna e uno in Italia, ma le occasioni per vedersi non sono mai mancate. «L’ultima volta è stata qualche anno fa a Bolzano, per un evento insieme all’amico giornalista Francesco Comina. Ma poi ci siamo sentiti spesso al telefono».


Rodrigo Andrea Rivas e Luis Sepúlveda a Bolzano. Foto di Francesco Comina

«La miglior definizione di Luis Sepúlveda - conclude Rivas - è quella che lo scrittore José Saramago fece di se stesso: “Da bambino avevo molti sogni. Da adulto ho cercato di non deludere quel bambino che era in me”. Ciao Lucho».