Bolivia, Morales è in Argentina. Chiederà asilo politico



L'ex presidente boliviano è atterrato a Buenos Aires da Cuba, con il sostegno del nuovo governo peronista di Alberto Fernandez. Il primo pensiero è per il Messico: «Eterna gratitudine, mi ha salvato la vita»


Evo Morales è in Argentina, dove chiederà asilo politico. L’ex presidente boliviano, costretto alle dimissioni dopo il golpe causato dalla sua rielezione, il 12 novembre scorso, è atterrato a Buenos Aires da Cuba, dove si era recato per controlli medici. Il nuovo presidente argentino, Alberto Fernandez - insediatosi martedì -, si è detto favorevole a concedergli lo status di rifugiato politico.


«È venuto per restare, qui si sente meglio», conferma il ministro degli Esteri argentino Felipe Sola, intervistato dalla tv Tn. Sola, pur auspicando che Morales non faccia dichiarazioni politiche mentre si trova in Argentina, ha anche ribadito che il nuovo esecutivo non riconoscerà il governo ad interim di La Paz, presieduto dalla vicepresidente del Senato Jeanine Añez, conservatrice e cristiana intransigente. Proprio in Argentina, dove alle presidenziali del 27 ottobre scorso i peronisti Fernandez e Cristina Kirchner hanno sconfitto l’ex presidente Mauricio Macri, Morales ritrova i suoi due figli - Evaliz Morales Alvarado e Alvaro Morales Peredo -, arrivati nel Paese già tre settimane fa.


Ma il primo pensiero di Morales è per il Messico, Paese che lo ha accolto dopo le sue dimissioni. «Ringrazio un Paese fraterno che mi ha salvato la vita - scrive su Twitter il leader socialista, costretto a lasciare la Bolivia dopo gli avvertimenti di polizia e militari -. Eterna gratitudine al presidente Andrés Manuel López Obrador, al popolo e al governo messicano».


In Argentina, Morales potrà curare meglio il suo partito Mas (Movimiento al socialismo), in attesa di nuove elezioni in patria: «Continuerò a lottare per i più deboli e per unire la Bolivia», spiega sempre su Twitter l’ex sindacalista indio.


Dopo le elezioni del 20 ottobre scorso, quando Morales risultò vincente al primo turno con il 47%, contro il 37% del leader dell’opposizione Carlos Mesa, la situazione in Bolivia è precipitata, tra accuse di brogli e violenze per le strade. Basandosi solo su una brusca interruzione durante lo spoglio - poi comunque ripreso -, le contestazioni dell’opposizione hanno scatenato dal giorno dopo proteste di piazza, in particolare nelle zone di Cochabamba e di Santa Cruz.


Ma a supporto delle accuse, formalizzate anche dall’Osa (Organizzazione degli Stati americani, di base a Washington), non sono state fornite prove, come hanno confermato un’inchiesta del Guardian e alcuni studi indipendenti. Il resto è storia nota: l’ammutinamento della polizia, l’ordine di dimettersi impartito dall’esercito, il nuovo governo retto dall'autoproclamata presidente e la repressione brutale delle proteste pro-Morales, fomentate anche dai cocaleros. Sono 32 i morti accertati, favoriti anche dalla legge del governo provvisorio che concede mano libera ai militari: è contenuta in un rapporto della sezione latinoamericana di Amnesty International la denuncia degli abusi.


Nel frattempo, dal Parlamento di La Paz venivano estromessi i rappresentanti indigeni, mentre veniva ripristinata l’ambasciata boliviana negli Stati Uniti e venivano espulsi i diplomatici venezuelani per volere della neo-presidente Añez, che ha riconosciuto il golpista Juan Guaidó - ormai scaricato anche dagli Usa - come legittimo presidente del Venezuela.