Cile, fruttivendoli "criminali" nel Paese dell'oligopolio alimentare


Scontri e arresti nel centro di Temuco dove un'ordinanza vieta le attività degli ambulanti mapuche anche a quarantena conclusa e con negozi aperti. Vetrine lussuose fanno da sfondo alle immagini degli acquirenti multati e delle venditrici trascinate in lacrime dalle forze speciali dei carabineros. Sono severe le regole di un'economia che da anni criminalizza il commercio informale ma concentra in sole tre multinazionali oltre il 90% delle vendite dei supermercati


La quarantena è finita ma i venditori ambulanti mapuche, che tradizionalmente vendono i loro ortaggi nel centro di Temuco, non possono continuare a svolgere la loro attività. Vengono sottoposti a multe salate, così come chi acquista i loro ortaggi. Chi non è identificabile viene arrestato e trascinato via. Quattro donne e tre uomini sono stati portati in commissariato.


A Temuco, città a sud del Cile, vive una larga comunità mapuche e non è la prima volta che si assiste a scene del genere. È la conseguenza di una precisa scelta delle autorità: criminalizzare i venditori ambulanti. Costoro, tuttavia, non hanno altra forma di sostentamento e svolgono questo lavoro da generazioni: «Mi sorvegliano tutto il giorno e non mi lasciano vendere il mio coriandolo. Tra noi c'è chi non ha nulla, come faremo a mangiare?», dice una donna disperata. Un'altra, in lacrime, racconta di essere stata ingannata e multata: «Mi hanno detto che volevano controllare se risultassi tra i positivi al Covid-19, ma poi hanno trasmesso tutto all'agente fiscale e mi hanno sanzionato».


La soluzione proposta dal sindaco di Temuco è quella di far spostare le vendite lontano dal centro della cittadina: gli ambulanti hanno finora rifiutato categoricamente e continuano a tornare per strada. Così, insieme ai controlli fiscali sono stati dispiegate le forze speciali dei carabineros. La soluzione, a cui stanno lavorando le istituzioni locali, sarebbe quella di rendere gli ambulanti mapuche 'patrimonio dell'umanità' e così consentirgli di continuare l'attività che svolgono di fatto da secoli.


Vendere in Cile è un affare a tre


Regole così stringenti per la vendita di semplici ortaggi cozzano con la liberalizzazione totale - e di conseguenza, lo squilibrio - del mercato cileno: il settore alimentare è fortemente controllato da pochissime imprese multinazionali. Per quanto riguarda le vendite nei supermercati, i tre colossi Walmart, Cencosud e Smu detengono il 93% del business. Solo recentemente la Corte suprema cilena ha raddoppiato la multa a queste imprese, colpevoli di essersi accordate per tenere alti i prezzi della carne di pollo, di cui esiste un'elevata disponibilità dovuta all'enorme produzione.


Grazie a una serie di intercettazioni e perquisizioni, i magistrati cileni si sono accorti che c'era una vera e propria organizzazione 'criminale' volta al mantenimento del prezzo sopra una certa soglia: i dirigenti delle catene di supermercati rimproveravano i loro fornitori, lamentandosi quando le vendite all'ingrosso avvenivano a un prezzo più conveniente rispetto a quello previsto dal cartello. I fornitori di pollo agivano così da intermediari delle grandi catene, avvisando i dirigenti del concorrente di quando l'accordo non veniva rispettato. Le multinazionali avevano addirittura incaricato del personale interno e ditte esterne affinché setacciassero i supermercati per controllare che i prezzi del pollo fossero tutti omogenei e mai più bassi.


Alla fine la Corte suprema cilena ad aprile 2020 ha confermato e raddoppiato la sanzione, portandola al totale di 21 milioni di dollari: tuttavia «le linee guida imposte dalle società» per adempiere alle prime sentenze - emanate già dal 2016 - non sono state considerate «idonee o efficaci nel realizzare la finalità». Sono necessarie nuove regole e misure più severe per evitare il ripetersi di comportamenti anticoncorrenziali di quel tipo, conclude la Corte.