Coronavirus e mutamenti sociali: cosa ci insegna l’America Latina?

di Sebastiano Coenda

Il Covid-19 mette a nudo i problemi di società sempre più diseguali, dove stare a casa diventa un lusso per pochi. Così come curarsi e seguire lezioni online. L'America Latina, epicentro della pandemia, rappresenta un punto d'osservazione che interessa anche l'Europa. Tra depressione economica e rischi di pulsioni autoritarie


Ci siamo ormai abituati a considerare il coronavirus un nemico invisibile che s'abbatte indiscriminatamente su qualsiasi tipo di persona. In realtà la pandemia impatta in maniera molto differente sulle diverse classi sociali. L'esempio più lampante è costituito dall'America Latina, la regione con il più alto tasso di disuguaglianza a livello mondiale.


Secondo la ONG Acción contra el hambre, il coronavirus provocherà una contrazione dell'economia del 5% e un aumento della disoccupazione superiore all'11%, generando più di 29 milioni di nuovi poveri.


In questa parte di mondo la pandemia ha reso ancora più evidenti i limiti strutturali delle società affette da elevati livelli di disuguaglianza e ha accelerato le tendenze autoritarie che già incombevano sulla regione.


Acqua, cure, gas: un lusso per pochi


Tra le fragilità emerse dalla crisi generata dal Covid-19 in America Latina, spiccano le carenze e le difficoltà dei sistemi sanitari dei rispettivi Paesi.

Gli ospedali pubblici difettano del personale sanitario, delle apparecchiature e dei dispositivi medici necessari per far fronte all'epidemia.

Ciò è frutto della scarsità degli investimenti che sono stati dedicati a questo settore negli ultimi anni. È proprio nel subcontinente infatti che il rapporto tra spesa sanitaria e Pil fa registrare i valori più bassi a livello mondiale.


La disastrata situazione della sanità pubblica stride spesso con quella della sanità privata, in molti Paesi un comparto di eccellenza, a cui però soltanto una minima parte della popolazione ha accesso.

Soltanto i ricchi possono permettersi il lusso di sottoscrivere delle assicurazioni private molto costose che escludono di fatto circa l'80% della popolazione più povera.

In alcuni Paesi neppure esiste un diritto alla sanità pubblica universale e gratuita. Ciò riduce notevolmente le possibilità d’accesso ai servizi sanitari per un gran numero di persone la cui unica colpa è quella di non essere membri di una famiglia benestante.


Le disparità nell'accesso alle cure mediche sono accentuate ulteriormente dalla disomogeneità territoriale che caratterizza il subcontinente.

L'America Latina presenta vasti territori scarsamente popolati, spesso abbandonati dalle istituzioni e quasi del tutto privi di servizi pubblici.

A pagarne il prezzo più elevato sono le comunità indigene. Tra questi popoli, nella cui memoria ancora vive il ricordo dello sterminio causato dalle malattie portate dai coloni europei, è diffuso il timore di dover vivere un nuovo genocidio.


Queste popolazioni difettano dei mezzi basilari per contrastare la diffusione del virus: non ci sono ospedali, né attrezzature o personale sanitario nei territori in cui vivono; e le raccomandazioni di rimanere a casa e lavarsi frequentemente le mani sono sostanzialmente inapplicabili per queste comunità che spesso non godono neanche dell'accesso all'acqua potabile.

Anche nelle periferie delle grandi città si incontrano aree molto povere caratterizzate da pessime condizioni igienico-sanitarie sulle quali l'epidemia potrebbe avere un effetto devastante qualora ne venissero colpiti.

Acqua corrente, energia elettrica e gas sono un lusso per gli abitanti di questi quartieri.

E l'accesso a una casa dignitosa, all'assistenza sanitaria e a un impiego fisso sono semplicemente fuori dalla loro portata.


Il costo sociale del lockdown


Vista la precaria situazione sanitaria dei Paesi latini, le misure di lockdown si rivelano essenziali per scongiurare una rapida espansione della pandemia e per garantire la tenuta dei sistemi sanitari. Purtroppo, le elevate diseguaglianze unite alla presenza di un vasto settore informale rendono il ricorso a questo tipo di misure particolarmente costoso e di difficile applicazione.


Se per la classe medio-alta i maggiori problemi che derivano dalla chiusura delle attività economiche si traducono in una riduzione momentanea del reddito, per la grande massa di lavoratori informali, che costituiscono quasi la metà della manodopera latinoamericana, ciò significa non avere di che sfamare sé e la propria famiglia.


Le disuguaglianze vengono esacerbate dalla pandemia non soltanto attraverso le differenze nella capacità di produrre reddito, ma anche per via delle difficoltà d'accesso alla rete internet e alle attrezzature informatiche di cui soffrono i ceti meno abbienti.

Ciò rappresenta un enorme problema per molti studenti che si trovano di fatto nell'impossibilità di proseguire il loro percorso formativo in modalità telematica, semplicemente perché non dispongono della connessione internet, né di personal computer.


Anche lo smart-working costituisce un potenziale incubatore di disuguaglianze, dal momento che non tutti godono di una casa spaziosa e confortevole, di una connessione internet stabile e degli strumenti informatici necessari per questa nuova modalità di lavoro.


Se questa situazione si dovesse prolungare nel tempo finirebbe per consacrare definitivamente la divisione della società in due mondi ben distinti: da una parte le famiglie ricche che possono facilmente organizzarsi per lavorare e per far studiare i propri figli da casa; dall'altra le famiglie povere, escluse dal mercato del lavoro e dal sistema scolastico, la cui unica opzione è affidarsi agli espedienti per cercare di sopravvivere.


Neanche ripiegare su piccole attività produttive e commerciali indipendenti sembra una soluzione praticabile al momento: sono proprio queste le attività più colpite dalle chiusure e che vedono ogni giorno ridurre le proprie quote di mercato in favore della grande distribuzione e dei giganti dell'e-commerce.


Stato d’eccezione o ritorno dell’autoritarismo?


La recrudescenza delle disuguaglianze provocata dalla pandemia è destinata a portare con sé un aumento delle tensioni sociali e dell'instabilità politica, aggravando ulteriormente una situazione che per molti versi era già precaria.


Da una parte le masse popolari, vedendo la propria situazione peggiorare, iniziano a protestare e ad avanzare richieste al governo. Dall'altra le élite dei vari Paesi, consapevoli di avere molto da perdere nel caso si instauri un governo con finalità distributive, si organizzano per un maggior impegno politico.

Ciò si traduce inevitabilmente in un notevole aumento della polarizzazione e della conflittualità politica.


Lo stato d'eccezione imposto dalla pandemia permette un accentramento di poteri senza precedenti. E alcuni governi sembrano decisi a sfruttare questa opportunità per accrescere il proprio potere e per sbarazzarsi degli avversari.

Invece di alcune comprensibili restrizioni alla libertà, in molti paesi vige il coprifuoco, i diritti di base sono sospesi e l'informazione viene manipolata.


In Bolivia sono state rimandate le prime elezioni, che si sarebbero dovute tenere lo scorso 3 maggio, dopo il golpe di novembre che ha causato la fuga di Evo Morales e l'autoproclamazione di Jeanine Añez alla presidenza.

Con la scusa del virus il governo di Añez ha aumentata la repressione verso quei settori della società che avevano mostrato maggior resistenza al golpe.

Numerose persone sono state arrestate per non aver rispettato la quarantena e in alcuni casi persino per aver diffuso informazioni contro il governo sui social network.

Jeanine Añez, autoproclamatasi presidente della Bolivia

In Cile la situazione non è molto differente. Già a marzo la Confederazione sindacale dei lavoratori e delle lavoratrici delle Americhe (CSA) accusava l’atteggiamento autoritario e antidemocratico di Sebastián Piñera: «il governo, invece di applicare le norme per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori, ha implementato una serie di misure per indebolire tali diritti e interpretare le leggi in favore degli abusi che attualmente stanno commettendo le imprese, favorendo l'instaurazione di uno stato di polizia autoritario».


Il referendum del 26 aprile, con il quale con tutta probabilità sarebbe stata archiviata la vecchia Costituzione di Pinochet, è slittato al 25 ottobre. La soluzione della grave crisi sociale e politica scoppiata l'autunno scorso è stata congelata dalla proibizione di raggruppamenti di massa. E quando pochi giorni fa sono riprese le proteste, il ministro dell’Interno, Gonzalo Blumel, si è affrettato a bollare queste manifestazioni di dissenso come «assolutamente inaccettabili» in quanto organizzate in violazione delle disposizioni per il contenimento dell'epidemia.

In Cile sono riprese le manifestazioni di protesta

In Brasile il presidente Jair Bolsonaro, sempre più isolato e in difficoltà, si sta pericolosamente avvicinando all'unica istituzione rimastagli fedele: le forze armate. Bolsonaro non si è limitato a riempire i ministeri del suo governo di militari e ad affidare a un generale, Walter Souza Braga Netto, il delicato compito di commissario per l'emergenza, ma è giunto persino ad arringare una folla che invocava il golpe militare, la chiusura del Parlamento e forti limitazioni alle libertà personali, durante un comizio a metà aprile.


A El Salvador il presidente Nayib Bukele ha adottato una serie di misure che di fatto sospendono le garanzie costituzionali: confinamento di possibili contagiati in centri ad alto rischio epidemico; trasferimento ai centri di chi venga trovato in strada senza motivo; possibilità per polizia e personale sanitario di entrare in un'abitazione senza mandato.


America Latina, uno sguardo sul nostro futuro?


L'epidemia di Covid-19 ha mostrato in tutto il mondo la sua terribile capacità di far emergere e di acuire i problemi strutturali delle nazioni che ne vengono colpite.

Per l'America Latina ciò si traduce in un incremento delle disuguaglianze sociali, della polarizzazione politica e delle pulsioni autoritarie che da sempre l'attraversano.


Queste tendenze, seppur più palesi nella terra di Bolívar e San Martín, si presentano in diverse forme anche nel nostro continente.

In Italia l'indice di Gini è in crescita costante dal 1991 e la polarizzazione politica è incredibilmente aumentata a partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008.


Generalmente siamo abituati a pensare che i Paesi in via di sviluppo procedano gradualmente verso un progresso di stampo occidentale, generatore di benessere diffuso. Ora, invece, l'epidemia rischia di acuire l'iniquità e le spinte alla polarizzazione e all'autoritarismo anche nei Paesi europei. Se ciò si dovesse verificare l'America Latina potrebbe rappresentare, almeno da questo punto di vista, lo specchio del nostro futuro.


Sta a tutti noi cercare di costruire un futuro più equo e giusto su entrambe le sponde dell'oceano. D'altra parte l'alternativa, consistente in uno stato di polizia a tutela degli equilibri di potere esistenti, non sembra particolarmente allettante.