Guatemala, le banane che rendono poveri (e ciechi)

di Edmondo Peralta

Foto di Nicoletta Fabbri via Flickr

In Centroamerica la devastazione dell'ambiente e l'impoverimento degli abitanti cammina di pari passo all'ampliarsi delle coltivazioni intensive. Le terre, una volta di proprietà dell'ex United Fruit, appartengono ora a imprenditori locali, che riforniscono le grandi aziende occidentali. Dietro i loro latifondi ci sono disastri ambientali e contadini inondati da pesticidi tossici - che causano cecità e altri disturbi - gettati dagli aerei delle imprese bananiere. I guatemaltechi perdono così in un colpo salute e fonti di reddito e sostentamento


A Ocós, nel sud del Guatemala, nulla sembra essere cambiato rispetto agli anni Cinquanta, quando regnavano gli abusi e lo strapotere della United Fruit Company. La multinazionale, ora sciolta, nel 1954 organizzò anche un colpo di Stato insieme alla Cia, rovesciando il governo eletto, contrario ai suoi interessi.


L'oro verde, le banane, restano sempre lì. A gestire la coltivazione sono ora proprietari locali, che lavorano alle dipendenze dei giganti occidentali quali Dole, Chiquita (nata dalla United Fruit) e Del Monte.


Il reportage di Carlos Dada pubblicato su El Faro e riproposto nell'ultimo numero de Internazionale ci ricorda una realtà spesso dimenticata in Europa. I soprusi commessi settant'anni fa non sembrano essersi fermati.


Perdita della vista e del raccolto


«Ci hanno tolto i pesci e la terra, ormai seminiamo solo una volta all'anno», dicono i contadini al reporter salvadoregno. Le loro case si trovano nel mezzo delle piantagioni e inevitabilmente finiscono inondate dai pesticidi che vengono spruzzati dagli aerei.


Uno dei braccianti ha perso la vista dopo aver lavorato con quei prodotti chimici. Malattie che spesso non sono coperte da un'assistenza o un'assicurazione sanitaria, come nel caso raccontato dal giornalista.


Sono ormai diverse le denunce che segnalano gli effetti degli abusi ambientali commessi dalle compagnie bananiere. Deviazione di fiumi, inaridimento dei terreni, costruzione arbitraria di dighe e barriere. Contadini e pescatori, così, non solo vedono svanire lavoro e reddito, ma non riescono nemmeno a garantirsi un raccolto o un pescato sufficiente per nutrirsi.


In alcune delle aziende, come la Hame, è possibile rinvenire la continuazione delle filiali e dell'indotto collegato a quella che fu United Fruit.


L'industria delle banane e quella delle palme rendono agli esportatori quasi un miliardo di dollari, ma chi vive in quelle zone vede poco o nulla di tutto quel denaro. A seguito dei numerosi abusi, alcuni colossi come Nestlé e Cargill hanno rescisso il contratto con i fornitori che operano ad Ocós.


Quest'ultimi - come riporta Dada - si difendono ribadendo di impiegare 10mila persone e di aver adottato recentemente politiche meno invasive. Ma i fiumi deviati illegalmente difficilmente torneranno al loro posto.