Quando l'Italia si innamorò di Pablito

di Diego Costa*

Dal campo parrocchiale del S.Lucia - a Prato - alla Juve. Dalla maledizione dei menischi alla svolta di Vicenza, grazie a un'intuizione di Fabbri. Fino al trionfo di Spagna '82. Ma quell'Italia-Austria... Addio Paolo Rossi, centravanti di intelligenza rara


E così, dopo Maradona, "El Diez", ora Pablito. Sono immensi pezzi dell'Olimpo del calcio che abbandonano questa terra. Storie diverse, ma con analogie, quelle di Diego e di Paolo Rossi. Maledette, perché morire a sessant'anni è un'ingiustizia. Hanno segnato la loro epoca, hanno vinto il mondiale, sono state icone conosciute in ogni parte della terra.

Qualcuno si sforza di fare parallelismi che non esistono: più forte Diego o più forte Paolo? Più buono l'uno o l'altro?


Se esistesse un misuratore del dolore, io credo, finirebbero ex aequo. La fama di uno ha preceduto quella dell'altro, staccate di poco, ma separate. Al liceo, noi del quinto anno cosa potevamo mai avere in comune con qualcuno di quarta ginnasio? Però il tempo ci accomuna, quasi della stessa generazione. Quasi, però.

Paolo è stato il fratello maggiore, giocando un calcio differente da quello di Diego. In questo caso, assolutamente sì, sarebbero stati compatibili in squadra. Forse più dello stesso Diego con Pelé.


Come classe individuale, Paolo è stato un gradino al di sotto dei due Fenomeni Unici. Diciamo Figlio di un Dio Minore. Ma un Dio, indubbiamente, per intelligenza calcistica, per caparbietà, per come era riuscito nella sua carriera a dare del tu allo stesso modo al trionfo e alle avversità.


Dal campo parrocchiale alla Juventus. Ma gli infortuni lo perseguitano


I social sono pieni delle sue immagini in quell'indimenticabile estate del 1982, quando come un bell'addormentato si risvegliò al momento giusto per spingere una grande Nazionale al titolo mondiale.

Ma la favola di Pablito comincia molto prima. Molto.

Comincia sul campo parrocchiale del S. Lucia, a Prato, e nel Prato giocava suo papà Vittorio. Continua quando a 16 anni la Juventus lo acquista. Decisione sofferta, la famiglia non vuole, Paolo convince i genitori e va. In maglia bianconera, ancora ragazzino, fa il suo debutto in serie A ma a volte le porte del Paradiso sembrano più vicine di quanto si pensi. Subisce diversi infortunii al Como, è costretto a tre operazioni al menisco di ambedue le ginocchia, passa mesi in una camera di ospedale e solo giorni all'aria aperta.


A Vicenza la svolta


Sembra destinato a una carriera di margine, non certo al massimo livello. Il Vicenza sta allestendo una squadra per la cadetteria, la Juventus lo raccomanda, Paolo va e si mette a disposizione di Gibì Fabbri. Uomo schietto, uomo di campo, il bolognese di San Pietro in Casale ha l'intuizione decisiva, la svolta, nella carriera del magro e giovane attaccante. Da ala quale era, Rossi viene spostato a centravanti. Ricordo bene quel Vicenza, del 1977: ma hai sentito di 'sto Rossi che fa sempre gol? Guarda che è davvero incredibile.


Segna in effetti gol a grappoli, Pablito. Doppiette, triplette, frutto - badate bene - di intelligenza sopra la media, intuizioni, nel prendere posizione in area. Una dote naturale, al servizio di un fisico maggiolino, che diventa un problema serio per ogni avversario corpulento, come possono esserlo gli stopper. Paolo arretra, è mobilissimo, lo spazio se lo va a prendere e lo sfrutta poi sullo stretto, quando ferma la palla, e brucia sullo stretto l'avversario. Immarcabile.

Con i suoi gol ispira i biancorossi veneti, li spinge in serie A.

La sfida continua: il ragazzino che soffriva in una camera di ospedale non si è dato per vinto. Farà meno gol in A, vedrete, si dice nei bar. E invece… Io ricordo - come fosse ieri - un Lazio-Vicenza del 12 marzo 1978. Il Vicenza passa all'Olimpico e il nove biancorosso firma tre gol, senza rigori.


In Nazionale


Manca poco ai mondiali di Argentina, la gente si interroga: ma varrà la pena portare di già una rivelazione senza esperienza azzurra a Buenos Aires? Per sua, e per nostra fortuna, a rispondere ci pensa il grande Enzo Bearzot. Farà la mascotte, pensa il tifoso medio.

Invece… l'ultima prima della partenza è un fiasco colossale, l'Italia esce dalla sfida con la Jugoslavia tra i fischi sonori dell'Olimpico.


Non c'è tempo da perdere, il match con la Francia è alle porte. Pochi giorni di attesa… ed ecco le grandi novità: Bearzot dà fiducia alla linea verde: dentro un ragazzino di Cremona, come terzino di fascia, si chiama Antonio Cabrini. Ma soprattutto maglia da centravanti per Paolo Rossi. Intuizione favolosa, Pablito gioca qualificazioni da favola. Subito in gol con la Francia, sfruttando come detto il senso della posizione sottoporta, agilità, riflessi, in un'incredibile serie di rimpalli.


Lo racconto perché molti ritengono il Paolo Rossi di Spagna '82 il più forte visto in campo. Chi scrive, no.

Chi scrive ha ancora negli occhi il gol che più di ogni altro descrive il "rapace" centravanti dotato di un'intelligenza superiore. Nella seconda fase dei mondiali '78 si gioca Italia-Austria. È un'Austria che ci fa molto soffrire, squadra fortissima, c'è un erculeo difensore centrale nato a Brunico ma che ha scelto di essere austriaco: si chiama Bruno Pezzey. C'è a centrocampo un regista mobile, con visione di gioco e intensità: si chiama Herbert Prohaska. E soprattutto in attacco c'è un ariete che unisce potenza a temperamento: si chiama Krankl.


L'Italia si difende, la partita la fa quasi sempre l'avversario d'oltralpe. Ma poi…

Poi capita che Rossi chieda e ottenga triangolo, il pallone di ritorno, all'ingresso in area, è appena lungo. Il terzino e capitano della Nazionale Sara copre il pallone, Koncilia, il portiere, esce con rapidità. I due, però, si concedono un istante, uno solo: per uno della rapidità di gambe e di pensiero come Rossi è un invito a nozze. Il centravanti capisce, questione di un secondo, scivolata a prendere palla nel solo posto concesso tra terzino e portiere, palla che fila verso il paletto lontano e s'insacca. Che fantastico gol!


La squalifica


La fortissima Italia, unica nazionale a battere l'Argentina che vince il mondiale, si ferma in semifinale davanti alle rudezze permesse dell'Olanda.

L'appuntamento è fissato quattro anni dopo, rimangono le certezze…

Invece il destino di Pablito è quello di doversi arrampicare con la solita ostinazione partendo da molto più in basso. In mezzo infatti c'è il primo caso di calcio scommesse, la Procura Federale non è come oggi. E neppure i regolamenti: basta anche il semplice sospetto di una partita combinata per determinare una squalifica.


Di fronte alle ammissioni di Trinca e Cruciani, partite truccate sul pareggio, nel sospetto finisce anche il Perugia di Ilario Castagner, grande squadra, dove gioca anche Rossi. Al processo, Paolo dice: «ma io non ho mai truccato una sola partita, pensavo che capitasse - come succede nel pallone - che due squadre si accontentassero del pareggio in una sorta di patto di non belligeranza. A me interessava segnare, del resto non so».

Una dichiarazione che è sufficiente a far scattare una squalifica di anni.

Ricordo lo sconcerto di un ragazzino come me. Toglievano dal mio sport preferito l'interprete preferito. Immaginatevi Titanic senza Di Caprio…


Il resto è storia di tutti e per tutti. Gli allenamenti alla Juventus senza partite ufficiali, il mondiale subito dopo aver scontato l'eccessiva pena.

La partenza, i dubbi, le critiche, la ferocia della gente che ne mette in discussione la titolarità dopo le prime, timide, esibizioni spagnole.

Poi il Brasile

Samba, signori!

Addio Pablito! Hai bevuto l'ambrosia degli dei, resterai vivo. Ti sei solo distaccato dal tuo corpo.

Speriamo che il principale, lassù, abbia completato l'album delle sue figurine. Almeno per questo maledetto 2020.



*Diego Costa, classe 1957, è un giornalista bolognese. Ha lavorato, tra gli altri, per Il Resto del Carlino e per La Repubblica, per cui ancora scrive del suo amato Bologna. Tifosissimo dei rossoblù e della Fortitudo, è un grande esperto di sport e in particolare di calcio. Quando viene chiamato in causa da una radio o da altri giornali, chiede sempre: «Sei sicuro che volessi parlare con me e non con Diego Costa dell'Atletico Madrid?».