L'America Latina spiegata da Rodrigo Andrea Rivas

di Ruggero Tantulli

La crisi oltre l'emergenza: il fallimento del neoliberismo e la necessità di investire nel pubblico. Dall'Europa all'America Latina. Ne parliamo con Rodrigo Andrea Rivas, giornalista, scrittore ed economista, già direttore di Radio Popolare e deputato nel Cile di Allende, che oggi prova a scrivere una nuova Costituzione. «Le mobilitazioni di questi mesi mi ricordano quella grande esperienza». Un viaggio per capire il "barbaro Messico", l'eccezione Costa Rica e il Sudamerica di oggi. Tra violenze, ingerenze statunitensi e voglia di riscatto


Risponde al telefono dalla sua casa in mezzo alle colline umbre, «tra le pecore, qualche pastore e poco altro». Non male in questo periodo di isolamento forzato da coronavirus. «Qui si sta sempre bene, adesso ancora di più».

Giornalista, scrittore ed economista, Rodrigo Andrea Rivas ha 72 anni e vive in Italia dal 1974, esiliato dopo il golpe di Augusto Pinochet in Cile.

Originario di Santiago, è stato un giovane deputato di Unidad Popular, la coalizione che sosteneva il governo socialista di Salvador Allende, deposto dai militari con l’appoggio degli Stati Uniti. «Indimenticabile, per me è stata l’esperienza politica più importante».


Tre lauree, doppia cittadinanza, Rivas - già direttore di Radio Popolare e docente universitario - ha pubblicato più di 50 libri. Politica ed economia le sue passioni, spaziando dall’Europa all’America Latina.

Il 26 aprile, coronavirus permettendo (si va verso un rinvio visto che il presidente Sebastian Piñera ha decretato 90 giorni di stato di catastrofe), voterà per una nuova Costituzione nel referendum cileno, riprendendo in mano la tessera elettorale del suo Paese d’origine dopo 47 anni.

«Durante la dittatura, finita nel 1989, sono stato fuorilegge in Cile - spiega -, poi ho deciso di votare solo in Italia, perché credo sia giusto che ognuno si occupi del Paese in cui vive». Questa volta, però, è troppo importante: «Nelle mobilitazioni popolari degli ultimi cinque mesi rivedo molto del grande tentativo di cambiamento di Allende, a partire dalla voglia di democrazia».


ITALIA ED EUROPA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS


Partiamo da qui. Che aria tira, emergenza sanitaria a parte?

«Il coronavirus ha aggiunto ulteriori preoccupazioni, ma la situazione era già problematica: da anni tutto ciò che viene prodotto in più finisce nelle tasche di qualche centinaio di persone».

Christine Lagarde, presidente della Bce, ha fatto crollare le borse con poche parole.

«Quando era al Fmi, con le sue politiche inaccettabili, ha contribuito ad affossare la Grecia, come tutti i governi europei. Il suo predecessore, Mario Draghi, era più abile a comunicare, ma le politiche della Bce sono sempre quelle. Non credo comunque che le borse crollino per le sue dichiarazioni, pur essendo molto inadeguata».

E perché?

«Perché si sorreggono su fantasie: tutto ciò che viene scambiato non è reale».

Euro e Ue: restare o uscire?

«L’Europa va modificata profondamente, a partire dall’aumento del budget».

Ma l’Italia verrà aiutata o sarà trattata come la Grecia?

«Di fatto è già trattata come la Grecia, ma siccome è un Paese economicamente più importante verrà aiutata, altrimenti affonderebbe tutta l’Europa: il problema è come e al momento non vedo un pensiero alternativo che si possa opporre al sistema dominante».

Non vede un’alternativa al neoliberismo quindi?

«In questi giorni ci stiamo rendendo conto di quanto importante sia la sanità pubblica. La scuola pubblica, che è il primo strumento di uguaglianza, lo è ancora di più. Ecco, in Grecia - come prima in America Latina - si è privatizzato tutto il possibile, seguendo il principio (sbagliato) per cui tutto ciò che non è privato è inefficiente. E pure qui si è proceduto in questa direzione, per fortuna non del tutto».

IL “BARBARO MESSICO”, TRA NARCOS E FEMMINICIDI


Ci spostiamo in America Latina. Cominciamo con il Messico.

«Vastissimo e molto popolato. Non è tra i Paesi più poveri, ma è una grande fattoria in mano agli Usa da 40 anni. E le privatizzazioni hanno causato bassi stipendi, repressione della popolazione, migrazioni di massa e femminicidi».

Lo scorso 8 marzo, in Messico e non solo, ci sono state imponenti manifestazioni per i diritti delle donne.

«La parola “femminicidio” è di origine messicana. La dominazione della donna ha radici storiche, legate in particolare alle religioni, ma in Messico ha ragioni precise».

Quali?

«Agli inizi del ‘700, cioè prima dell’avvento del capitalismo moderno, le donne avevano un ruolo importante nella vita economica collettiva. Poi, un po’ per appropriarsi dei beni comuni - come la terra -, un po’ per eliminare concorrenti scomode per le loro capacità, i privati hanno cacciato le donne dal lavoro, rispedendole a casa, spesso con violenza. Nel caso messicano ciò ha comportato conseguenze notevoli».


Ovvero?

«Una grande espansione del narcotraffico, che riguarda soprattutto la commercializzazione della cocaina, coltivata in Sudamerica: i messicani sono diventati i più grandi trafficanti di droga, come i colombiani. D’altronde, si guadagna molto di più a controllare il traffico che a produrre le materie prime».

E poi?

«Nei primi anni ’90 (quelli delle privatizzazioni), in uno dei tanti piani propiziati dagli Usa il governo messicano ha cominciato a impiegare l’esercito nel controllo delle situazioni interne, come in Colombia: guarda caso, questi sono i Paesi in cui si è sviluppata maggiormente la violenza. Con un aspetto allarmante».

Quale?

«In Argentina, durante gli anni della dittatura militare di Jorge Rafael Videla, si calcola che 30mila persone siano scomparse, cioè di loro non si è più saputo nulla per molto tempo: in Messico, negli ultimi 30 anni, gli scomparsi sono il doppio. E non c’è stato un governo militare!».

Sessantamila desaparecidos?

«Sono le cifre ufficiali, spesso criticate per essere al ribasso. Il punto è che di questi 60mila scomparsi l’80% sono donne. Senza contare quelle ammazzate».

Cifre da capogiro.

«La vita non conta nulla, i diritti umani non esistono e le donne non rientrano nel genere umano. Vale per diversi Paesi latinoamericani, ma in Messico, così come in Colombia, questo fenomeno è stato maggiore ed è durato più a lungo. Durante la rivoluzione messicana, scoppiata nel 1910, i giornalisti statunitensi inviati nel Paese lo ribattezzarono “barbaro Messico”, perché non esistevano uno Stato di diritto e la certezza della pena. Anche negli anni recenti, il Messico si caratterizza per tassi di impunità altissimi. E invece che andare in galera si diventa narcopolitici o narcodirigenti».

Con Andrés Manuel López Obrador, in Messico governa la sinistra. Come sta andando?

«Con lui queste cose si sono attenuate, anche se finora sono più dichiarazioni che fatti. Bisogna dire che ora c’è un clima di maggior dialogo, soprattutto in Chiapas, ma le grandi speranze di cambiamento sono state relativamente deluse».

CENTROAMERICA: L’ECCEZIONE COSTA RICA E CUBA SEMPRE IN PIEDI


Cosa dice del Centroamerica?

«Esclusa la Costa Rica, è un disastro».

La Costa Rica?

«Non ha un esercito dal 1948 ma ha investito in scuola e sanità: l’economia infatti è migliore rispetto ai Paesi vicini e non ha conosciuto grandi tensioni sociali. Inoltre buona parte del territorio è parco nazionale protetto».

Gli altri invece?

«Paesi come Honduras, El Salvador, Guatemala, Nicaragua e Panama vivono quasi in stato d’assedio. Lì si sono fatte coscientemente politiche destinate a impoverire la popolazione. E la gente impoverita o si ribella o fugge: nel caso del Centroamerica, molti fuggono, preferendo fare i braccianti agricoli malpagati negli Usa. Donald Trump può costruire tutti i muri che vuole, ma sarebbe molto più intelligente fare politiche diverse».

Cuba?

«Non è un paradiso, ma la gente studia e vive dignitosamente, pur con molte difficoltà. Produce poche cose e vive sostanzialmente di turismo, ma ha resistito per 60 anni agli Stati Uniti, che le chiudono i rubinetti e cercano di affamarla. Cuba ha un grande orgoglio nazionale ed è anti-imperialista, anche se pochi oggi ricordano com’era prima della rivoluzione. Per ora, comunque, non sta andando come vogliono gli aggressori. Inoltre ha una sanità eccellente perché ha investito in cose utili alla gente: basti pensare al farmaco anti-coronavirus e alle grandi brigate mediche in giro per il mondo».

SUDAMERICA: DAL VENEZUELA AL PERÙ


Scendiamo un po’. Com’è la situazione in Venezuela?

«È alla fame, il governo Trump ha rubato tutto ciò che poteva! Ogni tanto salta l’elettricità, manca l’acqua, eppure resiste agli attacchi. Juan Guaidó? Un burattino non pagato. Non voglio dire che il governo di Nicolás Maduro non abbia commesso errori, ma questo non giustifica il tentativo di golpe da parte degli Usa, a cui dei venezuelani non interessa nulla ovviamente. E se Maduro regge è anche grazie alle forze armate, i cui quadri sono stati portati al governo per evitare tentativi sediziosi significativi».

E in Ecuador?

«Lenín Moreno è un traditore, non tanto per il nome ma perché il suo governo, da progressista, si è trasformato in estremamente reazionario. Ha commesso crimini che gridano vendetta, come la revoca dell’asilo politico a Julian Assange. Sull’economia, dopo il conflitto degli scorsi mesi si è accordato con gli indigeni, ma di fatto sta facendo le stesse cose. E a chiamare alla mobilitazione adesso sono le donne indigene. Vedremo come andrà».

Poi c’è la Bolivia. Quello ai danni di Evo Morales è stato un golpe?

«Quello di Jeanine Áñez è un governo anti-indigeno in un Paese popolato all’80% di indigeni. Un governo razzista e di estrema destra. Le prossime elezioni saranno una truffa che verrà coperta dalle élite internazionali. Morales ha commesso un grande errore (ripresentarsi dopo aver perso il referendum), ma quello ai suoi danni è stato sicuramente un golpe».

In Perù invece?

«Tra corruzione, narcotraffico e la crisi istituzionale, lì c’è poco da sperare. L’ex presidente Alan García, che in gioventù è stato mio amico, si è suicidato mentre lo arrestavano».

IL CILE VERSO IL REFERENDUM



Manifestazione a Santiago lo scorso 8 marzo

Veniamo al tuo Paese, che ribolle da cinque mesi. Come funziona il referendum?

«In Cile vige ancora la Costituzione approvata nel 1980, sotto la dittatura: una Carta totalmente neoliberista, che non dà importanza a tutto ciò che non è privato. Per fare un esempio, in Cile si è privatizzato il mare! Anche per questo il popolo cileno si sta mobilitando dallo scorso ottobre. I partiti, che inizialmente non sapevano come porsi di fronte a questa effervescenza popolare, si sono accordati per un referendum dove si chiedono due cose».

Quali?

«Il primo quesito è per cambiare o meno Costituzione. L’80%, secondo i sondaggi, voterà Apruebo. Il secondo è sulla composizione dell’Assemblea Costituente: eletta al 100% o mista, con membri provenienti per metà dall’attuale parlamento? Qui la percentuale scende un po’, diciamo 60% contro 40%. Il problema, però, è che nonostante la valanga di favorevoli, servirà il quorum dei 2/3 in ogni circoscrizione elettorale. Inoltre sarà difficile che i nuovi Costituenti si accordino sui punti da inserire nella nuova Carta: scuola pubblica, acqua etc.».

Sulla consultazione però incombe il coronavirus...

«Per ora i casi non sono molti ma l’allarme cresce. La mobilitazione popolare è stata fondamentale e penso debba continuare anche dopo il referendum, ma le limitazioni dovute allo stato di catastrofe possono cambiare tutto. Il coronavirus, perciò, potrebbe essere la salvezza del governo di Sebastian Piñera, più di quanto non lo siano stati i carabineros».

Ci sono altri temi nelle piazze?

«I diritti delle donne, che hanno creato anche un partito femminista, e la questione indigena: in Cile vivono almeno un milione e mezzo di indigeni - soprattutto mapuche - che dallo Stato non sono minimamente considerati. Anche per questo i cileni si sono mobilitati, sotto bandiere progressiste. E per la democrazia. Ecco perché questo momento mi ricorda l’esperienza di Allende».

BRASILE E ARGENTINA


Chiudiamo con Brasile e Argentina. Un giudizio su Jair Bolsonaro?

«Un clown circondato da clown. È un amante delle vecchie dittature militari e non lo nasconde. Sta privatizzando tutto quello che può ma la situazione economica non è positiva. Senza contare la distruzione dell’Amazzonia e la minaccia alle popolazioni indigene».

Un bel quadretto…

«Il Brasile, che ha un popolo meraviglioso, ha sempre guidato l’America Latina. Il ciclo delle dittature militari che hanno portato al neoliberismo comincia lì nel 1964. Oggi purtroppo è finito il ciclo di Luiz Inácio Lula, che si è fatto più di un anno di galera senza alcuna accusa credibile, e l’opposizione è debole. Questa purtroppo è la situazione: Bolsonaro sta consegnando petrolio e foreste agli Usa».

Infine, l’Argentina. Il problema si chiama sempre debito…

«Come per il Cile, penso che marzo e aprile saranno determinanti e che debba continuare la mobilitazione popolare. È vero che l’Argentina è indebitata per i prossimi 100 anni e deve pagare cifre spaventose per la sua economia - anche se non per colpa di Alberto Fernández -, ma la nuova presidente del Fmi, Kristalina Georgieva, sembra un po’ meno inflessibile di Christine Lagarde. Vedremo».