Venezuela, gli Usa ci riprovano: taglia da 15 milioni su Maduro


Nel pieno della pandemia di coronavirus, il procuratore generale statunitense William Barr accusa il presidente venezuelano e altri 14 funzionari di corruzione, traffico di cocaina e riciclaggio, in concorso con due ex capi delle Farc. E rievoca l'invasione di Panama. È l'ennesimo assalto al governo bolivariano, che reagisce compatto: «Falsità, resisteremo». E denuncia un nuovo tentativo (fallito) di golpe dalla Colombia: proprio da lì parte in realtà la coca per gli Usa


Gli Stati Uniti ci riprovano. Dopo il fallimento della carta Guaidó, incapace di conquistare il consenso del popolo e dei militari venezuelani, l’amministrazione a stelle e strisce torna alla carica per disarcionare Nicolás Maduro, accusandolo di narcoterrorismo.

«Per più di 20 anni - ha detto il procuratore generale statunitense William Barr -, Maduro e diversi colleghi hanno cospirato con le Farc, facendo entrare tonnellate di cocaina e devastando le comunità americane».


Secondo il Dipartimento di Stato americano, che offre 15 milioni di dollari a chi fornirà informazioni utili all’arresto, il presidente del Venezuela sarebbe a capo di un cartello della droga in collaborazione con l’ex gruppo guerrigliero colombiano delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia.


Un grande classico, l’accusa di traffico di droga. Peraltro già messa in discussione dal Washington Office on Latin America (Wola), ong statunitense secondo cui «il Venezuela non è un Paese di transito primario per la cocaina legata agli Stati Uniti».


La replica di Caracas, che rigetta le accuse «false e miserabili», non si è fatta attendere: «Usa e Colombia cospirano per riempire il Venezuela di violenza - è la reazione di Maduro -. Non ci riusciranno!». Anche le forze armate hanno rispedito al mittente le accuse statunitensi, rinnovando la fedeltà al governo bolivariano.


Proprio pochi giorni fa, denuncia Maduro, è saltata l’ennesima operazione per rovesciare il governo di Caracas, organizzata da mercenari addestrati da statunitensi in Colombia.


Le accuse di Washington: Maduro e i suoi nel cartello di Los Soles


A formalizzare le accuse di corruzione, traffico di droga e riciclaggio di denaro è il procuratore generale statunitense William Barr, che durante una videoconferenza stampa sul coronavirus ha tuonato: «Vogliamo che Maduro venga catturato in modo che possa rispondere delle sue azioni in un tribunale americano».

L’incriminazione nasce dalle indagini delle autorità federali a Washington, New York e Miami.


Sotto accusa, insieme a Maduro, sono finiti anche 14 alti funzionari ed ex funzionari venezuelani, oltre a due ex capi delle Farc, trasformatesi in partito dopo il trattato di pace del 2016 con il governo colombiano.

Tra loro figurano il presidente dell’Assemblea nazionale costituente, nonché numero due del governo venezuelano, Diosdado Cabello, il presidente della Corte suprema di giustizia Maikel Moreno e il ministro della Difesa Vladimir Padrino. Ma anche l’ex capo dell’intelligence militare Hugo Carvajal Barrios, l’ex generale dell’esercito Clíver Alcalá Cordones e il ministro dell’Industria Tareck El Aissami.


Su di loro, così come sul nemico giurato Maduro, che Washington non riconosce come legittimo presidente, pende una taglia fino a dieci milioni di dollari (fino a 15 per l’erede di Hugo Chávez).

Una tempesta nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, che costringe mezzo mondo all’isolamento domiciliare. «È il meglio che possiamo fare in questo momento - afferma Barr -: tutto il possibile per liberare il Venezuela dalla corruzione del governo Maduro».


Maduro è indicato dall’amministrazione Trump come leader del cartello di Los Soles, che avrebbe «fatto entrare 250 tonnellate di cocaina all’anno in Usa a partire dal 1999» in collaborazione con i guerriglieri ribelli colombiani.

«Maduro ha usato deliberatamente la cocaina come arma, per minare la salute e il benessere del nostro Paese», ha rincarato la dose l’avvocato nordamericano Geoffrey Berman.


Un film già visto: l’invasione di Panama nel 1989


A livello pratico, le pene previste in caso di condanna andrebbero da 20 anni di reclusione all’ergastolo, anche se non è chiaro come l’amministrazione Trump voglia portare Maduro davanti a un giudice.

Un’idea la dà lo stesso Barr, che paragona il successore di Chávez a Manuel Noriega, dittatore di Panama deposto nel 1989 dopo l’invasione statunitense, proprio con l’accusa di trafficare droga. «Non riconosciamo Maduro come il presidente del Venezuela, ma questo è già successo con Noriega», ha detto il procuratore generale statunitense.

Un riferimento sinistro, che porta alla memoria il golpe di fine anni ’80 nel Paese centroamericano.


Allora fu George H.W. Bush a ordinare la cattura di “faccia d’ananas”, come veniva soprannominato Noriega per via delle vistose cicatrici sul volto, lascito del vaiolo.

Noriega era stato per decenni un uomo della Cia, ma quando si mise contro gli Usa, nel 1987, iniziarono a circolare le accuse che lo vedevano coinvolto nel narcotraffico. Rifugiatosi nella nunziatura apostolica, Noriega si consegnò agli Usa nel 1990 e venne condannato a 40 anni di carcere.


La reazione di Caracas


«Un nuovo tentativo di colpo di stato sulla base di accuse miserabili, volgari e infondate», è la replica del governo venezuelano, per bocca del ministro degli Esteri Jorge Arreaza.

«Ho il dovere di difendere la pace e la stabilità di tutta la Patria», reagisce Maduro, secondo cui «offrire ricompense, nello stile dei cowboys razzisti del selvaggio West, dimostra la disperazione dell’élite suprematista di Washington e la sua ossessione per il Venezuela al fine di ritorni elettorali nello Stato della Florida (dove vivono molti latinos, ndr)».


Il presidente venezuelano, ex sindacalista e vice-Chávez, rilancia le accuse di campi d’addestramento di mercenari in territorio colombiano con istruttori statunitensi: l’azione «terroristica» era in programma tra il 23 e il 25 marzo, in piena quarantena, sostiene il governo di Caracas, ma sarebbe saltata.


Proprio in Colombia, in realtà, si produce circa il 70% della cocaina mondiale, che nel 90% dei casi raggiunge gli Stati Uniti (primo Paese del mondo a livello di consumo di polvere bianca) attraverso le rotte dei Caraibi occidentali e del Pacifico orientale, e quindi non attraverso i mari dei Caraibi orientali del Venezuela.


Il governo venezuelano, negli ultimi quattro anni, ha denunciato diversi piani di omicidio contro Maduro dalla Colombia, in coordinamento con gli Stati Uniti.

Tentativi sempre andati in fumo, come quello di puntare su Juan Guaidó, già presidente della dissolta Assemblea nazionale e autoproclamatosi presidente del Venezuela. Nonostante la crisi in corso in Venezuela, Paese ricco di petrolio e materie prime, la maggioranza dei cittadini e le forze armate non hanno voltato le spalle a Maduro.