Argentina, il ritorno dei peronisti

di Riccardo Querciagrossa

Dal generale Juan Domingo Perón alla seconda moglie Evita, fino al neoeletto presidente Alberto Fernández: luci e ombre del peronismo, un fenomeno tutto argentino che continua a sedurre le fasce popolari del Paese


Di fare a meno del peronismo gli argentini non ne vogliono sapere.

Mauricio Macri, primo presidente di centrodestra dal 1916 e unico non peronista ad aver completato i quattro anni di mandato, non è riuscito nel suo intento di compiere una cesura netta con il passato. L’ex patron del Boca Juniors ereditò nel 2015 un Paese in recessione e lo ha lasciato 48 mesi dopo come lo aveva trovato: in recessione. Anzi, un pochino peggio. Povertà in aumento e inflazione al 60 per cento sono lì a dimostrare il fallimento del macrismo, bocciato dal popolo argentino alle urne di fine ottobre.

Ed ecco quindi spuntare come salvatore della patria Alberto Fernández: un peronista.

Ma chi sono i peronisti e cosa si intende per peronismo?


(Nella foto: il premier argentino Alberto Fernández e la vice Cristina Kirchner)


Il peronismo: un fenomeno tutto argentino


L’identità composita di questo movimento politico marcato a fuoco nel codice genetico dell’Argentina da più di 70 anni spesso sfugge all’osservatore occidentale.

Mogli che succedono ai mariti e la figura leggendaria di Evita, che per i più giovani ha assunto le fattezze di Madonna che canta “Don’t cry for me Argentina” nel film-musical di Alan Parker, sono le immagini più affascinanti di un fenomeno che in Italia è erroneamente sinonimo di populismo, autoritarismo e dittatura.

Le categorie di “destra” e “sinistra”, oggi obsolete anche per spiegare la realtà delle democrazie occidentali, lo sono sempre state per incasellare il peronismo che fin dalle sue origini si prestò a interpretazioni contraddittorie.


Si può dire che il fenomeno nacque come risposta alle oligarchie in larga parte inglesi e statunitensi che controllavano l’Argentina nella prima metà del secolo scorso.

Il generale Juan Domingo Perón, padre della dottrina, venne eletto presidente nel 1946 ma già negli anni precedenti, alla guida del Departamento National del trabajo, fu protagonista di politiche volte a migliorare la condizione delle masse dei cosiddetti “senza diritti”. Peròn raddoppiò la paga dei braccianti agricoli, introdusse contratti di lavoro collettivi che prevedevano l’obbligo di ferie retribuite, indennizzi per chi veniva licenziato e un sistema pensionistico per gli operai.

Assunta la presidenza del Paese intraprese poi un vasto programma di nazionalizzazione dei servizi pubblici pestando i piedi ai potenti monopoli stranieri che li avevano gestiti per decenni. Telefoni, trasporti pubblici e ferrovie, fino a quel momento in mano a compagnie inglesi, francesi e statunitensi, passarono sotto il controllo dello stato argentino.

Gli istituti bancari – Banco central compreso – furono anch’essi nazionalizzati, con conseguente perdita del controllo sul credito da parte degli azionisti stranieri.



Simbolo della lotta alla povertà e delle politiche sociali in genere del governo peronista divenne la seconda moglie del generale, Evita. Tramite la Fondazione omonima che lei stessa presiedeva Evita si dedicò all’assistenza e all’inclusione delle donne, oltre che alla costruzione di ospedali e scuole dedicate alle classi povere.


Socialismo e non allineamento


Perón non istituì mai una vera dittatura, ma senza dubbio il peronismo degli albori non fu un regime completamente democratico. L’opposizione rappresentata dai ceti medio alti fu imbavagliata, così come furono debellati i sindacati non autorizzati che promuovevano lotte sociali senza il consenso del governo.

Perón fu un ammiratore del corporativismo fascista. La lotta di classe promulgata dal marxismo fu sostituita con la subordinazione dell’individuo alla grandezza della nazione rappresentata dalla volontà del leader. E i rapporti di stima del generale con le dittature europee non si limitarono alla mera dottrina. Come noto, l’Argentina dopo la guerra diventò il rifugio prediletto dei gerarchi nazisti e fascisti in fuga e alcuni di loro divennero collaboratori del governo. Fra questi ci fu il ministro del lavoro della Repubblica sociale italiana Giuseppe Spinelli, che fu messo a capo del dipartimento dell’immigrazione.


Politiche di destra e di sinistra si fondono nella figura di Perón. Stimato dal comandante Enesto Che Guevara e in ottimi rapporti con Fidel Castro, Perón, una volta esiliato dopo il colpo di stato che lo depose nel 1955, scelse la Spagna di Franco come luogo da dove organizzare la riconquista del potere, che avverrà poi nel 1973.

In politica estera Perón scelse una terza via fra liberismo e comunismo, una “terza posizione” ripresa poi da altri stati che nel secondo dopoguerra scelsero una politica di non allineamento.

Socialismo patriottico, lotta al liberismo e all’imperialismo capitalista e comunista, il tutto con una spruzzata di corporativismo sono gli ingredienti di un processo storico-politico del tutto argentino che può essere compreso solo alla luce delle caratteristiche di quel Paese.


L'esito delle urne e lo spettro del default


Al partito peronista, da poco re-insediatosi alla Casa Rosada, viene spesso assegnato tutto il bene e tutto il male di una nazione ricca di materie prime costantemente sull’orlo della bancarotta. Cosa sia oggi il peronismo è molto difficile da dire. È una creatura in continua mutazione che può essere di centro, di destra o di sinistra.

Quello che è certo è che continua ad avere un forte ascendente sulle classi meno agiate. Nelle elezioni dello scorso autunno le cinque province più ricche (Buenos Aires, Santa Fe, Còrdoba, Mendoza e Entre Rios) hanno votato Macri; le province povere hanno scelto Fernández.


Il neo presidente è riuscito a compattare il partito peronista che pochi mesi fa si mostrava frammentato in una moltitudine di correnti litigiose, e appena insediato eccolo subito alle prese con l’eterno, tragico ritornello che da sempre si associa al nome dell’Argentina: debito pubblico e default. Peronismo o no, questo rimane il grande problema dell’Argentina. Nelle prossime settimane si vedrà se Fernández sarà in grado mantenere unito il suo partito e, ancor più difficile, scongiurare l’incubo dell’ennesimo fallimento finanziario.