Cile, il ragazzo accecato dai carabineros: «Come sotto Pinochet»

di Ruggero Tantulli

Il 1° gennaio Matías Orellana, professore di 26 anni, è stato colpito da un lacrimogeno sparato dai carabineros a Valparaíso, perdendo l'occhio destro. Ma non ha perso la voglia di raccontare la situazione del suo paese, anzi. Al circolo Cap di Genova abbiamo raccolto la sua testimonianza, insieme a quella di Flavio Mirabelli, vittima di torture da parte dei militari pinochetisti nel 1973. Dopo quattro mesi di proteste contro il neoliberismo, il Cile si avvia verso il referendum del 26 aprile per una nuova Costituzione. Ma le piazze non smettono di infiammarsi


«Quando siete a tavola con le vostre famiglie, parlate di quello che sta succedendo in Cile, raccontate la lotta di un popolo contro il modello neoliberista». A chiederlo è Matías Orellana, giovane cileno ferito da un lacrimogeno sparato dai carabineros durante una manifestazione a Valparaíso, rischiando la vita.

Ora è senza un occhio, rimosso dopo l’operazione che gli ha ricostruito il cranio.

Ma non ha perso la voglia di battersi per spiegare le ragioni di questi quattro mesi di proteste e per mostrare, mettendoci letteralmente la faccia, la repressione del governo di Sebastián Piñera. Anzi. «In questi 120 giorni sono successe le stesse cose che accadevano durante la dittatura di Augusto Pinochet», sostiene Matías, che sta girando diverse città europee per far conoscere la situazione del suo paese.


Un periodo buio per il Cile, che riporta le lancette agli anni del regime guidato dal generale appoggiato dagli Stati Uniti dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973 ai danni del governo democratico di Salvador Allende. Lo può confermare Flavio Mirabelli, vittima delle torture dei militari pinochetisti, seduto a fianco di Matías.

L’occasione è l’incontro “Cile oggi”, organizzato dal comitato “Chile Despertó Genova” - che fa parte della rete internazionale “Chile Despertó” - al circolo Cap di Genova, a due passi dal porto.


Dal 14 ottobre scorso, per un aumento del biglietto della metro, nelle strade del Cile sono scese milioni di persone. Una miccia che ha scatenato una ribellione, soprattutto da parte dei più giovani, contro un intero sistema economico e politico. E che non sembra in procinto di fermarsi, nonostante il processo avviato dai partiti per una nuova Assemblea Costituente, che vedrà il suo primo banco di prova con il referendum popolare del prossimo 26 aprile, quando i cileni sceglieranno se sostituire la Costituzione scritta ai tempi della dittatura e ancora in vigore.


La storia di Matías, ferito da un lacrimogeno


Ventisei anni, originario di Viña del Mar - che proprio in questi giorni è teatro di violenti scontri in occasione del festival musicale -, Matías è un professore a Valparaíso, città sul Pacifico a poco più di cento chilometri dalla capitale Santiago.

Lo scorso 1° gennaio si è unito alla manifestazione di protesta in una piazza della città portuale. La tensione era alta e i poliziotti già avevano iniziato a sparare con i lacrimogeni. Vedendo gli amici sulla linea di fuoco, Matías si avvicina per portarli più distante e in quel momento viene colpito al volto. «Ho visto un fascio di luce e sono caduto a terra sanguinante - racconta -. Sentivo come una crampo alla testa e non riuscivo più nemmeno a respirare dalla quantità di sangue che stavo perdendo».


Temeva di morire dissanguato e ha capito subito che l’occhio destro era stato irrimediabilmente compromesso. «Dei ragazzi mi hanno raccolto e quando sono arrivato all’ospedale nemmeno lo scanner riusciva a vedere la ferita, da quanto era grande».

Una ferita al cranio che ha costretto i medici a una delicata operazione per ricostruirlo, anche se per evitare rischi un pezzo di cranio sopra l’occhio destro ora non c’è più. «Sentivo acqua al posto dell’occhio e il dolore era talmente forte che ho scelto di farmelo rimuovere, tanto ormai ero sicuro di averlo perso».


Ricorda con precisione ogni passaggio di quei giorni, compreso il trattamento sbrigativo del personale dell’ospedale, che lo ha dimesso in fretta e furia pur rischiando contraccolpi post-operatori potenzialmente mortali. «Ma ho ricevuto anche un grande supporto», dalla famiglia, dalla fidanzata e da tanta gente che ha manifestato in solidarietà con lui.


A oggi, per il suo ferimento, non c’è alcun risarcimento. Né alcun colpevole, nonostante la brutalità delle risposte alle manifestazioni di piazza, in violazione degli stessi protocolli di ordine pubblico.

Al 19 febbraio i feriti agli occhi sono 445, secondo l’Indh (Instituto nacional de derechos humanos). I feriti in generale, dal 14 ottobre, sono oltre 3.700 e i morti 31. «Ma la cifra reale dei feriti è più alta - spiega Matías -, perché tanti non hanno presentato denuncia».

Gli arrestati, trattati alla stregua di delinquenti comuni, sono migliaia, di cui molti minorenni.


Il golpe di Pinochet nel racconto di Flavio Mirabelli


«Nel 1973 avevo 18 anni e ricordo tv e radio sospese per qualche giorno: il golpe non fu improvvisato». Flavio Mirabelli, oggi 65enne, vive in Italia ma ricorda con precisione i quattro giorni di prigione nella caserma sul mare di Valparaíso.

All’epoca era solo uno studente, senza particolari coinvolgimenti politici. «Fui denunciato da alcuni compagni di scuola e arrestato con l’accusa di “attacco alle forze armate”».

Il suo ricordo di quei quattro giorni in prigione con accuse prive di fondamento è nitido: «Lo sapevano anche i militari che non avevo fatto nulla ma si divertivano a torturare».

Un maglione calato sul viso, una mano sulla spalla del vicino e si salivano le scale che portavano alla stanza degli interrogatori. «Di sottofondo si sentivano le grida di dolore dei torturati - spiega -. Poi a ogni domanda partiva una scossa elettrica e si subivano varie angherie con i calzoni abbassati».



Il Cile oggi: verso il referendum


«Tra le violenze di Pinochet e quelle di Piñera non c’è molta differenza», commenta Elena Rusca, giornalista accreditata presso le Nazioni Unite per i giornali Colombia informa e El Clarin Chile. «Quello che sta succedendo è la crisi di un governo o piuttosto la crisi di un sistema? A essere messo in discussione è proprio il modello neoliberista, quello dei “Chicago Boys” alla base dell’attuale Costituzione».


Tra i temi che infiammano le piazze, fine delle privatizzazioni, questione mapuche, diritti e redistribuzione di una ricchezza che oggi mette sullo stesso piano l’1% della popolazione e il restante 99%.

L’accordo per la pace e la nuova Costituzione, siglato il 15 novembre, non ha soddisfatto le rivendicazioni popolari, che in vista del referendum rischiano di non essere pienamente recepite. Il principale ostacolo è il quorum dei due terzi per approvare ogni proposta, che rende difficile un cambiamento reale.

Ma la strada è tracciata e marzo - che in Cile equivale al nostro settembre - sarà sicuramente un mese caldo.