Disuguaglianze, cause e soluzioni. Intervista a Maurizio Franzini

di Ruggero Tantulli


Negli ultimi trent’anni, in Italia e non solo, le disuguaglianze sono notevolmente aumentate. E lo Stato, pensioni a parte, non ha contenuto lo straripamento del mercato. Anzi.

Ne è convinto Maurizio Franzini, professore ordinario di Politica economica presso la facoltà di Economia alla Sapienza di Roma ed ex presidente dell’Istat tra il 2018 e il 2019.

Intervistato da ilPeriodista, Franzini traccia un quadro allarmante: «La situazione è grave, con una concentrazione sempre maggiore al vertice della piramide e l’emergere di fenomeni nuovi come i working poor, quelli che pur lavorando si trovano sotto la soglia di povertà».

La causa di queste disparità? «Le scelte politiche, a partire dalle liberalizzazioni: sono state favorite banche, finanza e grandi imprese a danno dei lavoratori».

Possibili vie d’uscita? «Misure pre-distributive, come un salario minimo, un tetto alle retribuzioni dei manager e una patrimoniale. Tutte, naturalmente, disegnate nel modo più responsabile».


L’occasione è l’ultimo rapporto Oxfam sulle disuguaglianze, pubblicato dalla confederazione non profit poche settimane fa, alla vigilia del World Economic Forum di Davos, che dipinge uno scenario in peggioramento.

Crescono ancora, infatti, le disuguaglianze globali: 2.153 super ricchi hanno un patrimonio superiore a quello di 4,6 miliardi di persone, pari a circa il 60% della popolazione mondiale. La metà più povera dell’umanità - circa 3,8 miliardi di persone - non sfiora nemmeno l’1% della ricchezza globale. E anche in Italia, dove l’1% più ricco detiene quanto il 70% della popolazione, si allarga la forbice tra ricchi e poveri. A farne le spese sono soprattutto donne e giovani.


Sessantanove anni, romano, Maurizio Franzini è uno dei massimi esperti sul tema: già membro del consiglio dell’Istat e presidente per un semestre, durante il primo governo Conte, dirige il centro interuniversitario “Ezio Tarantelli” e la rivista online Menabò di Etica e Economia. Tra i suoi libri, Disuguaglianze inaccettabili (Laterza, 2013), Dobbiamo preoccuparci dei ricchi? Le disuguaglianze estreme nel capitalismo contemporaneo (Il Mulino, 2014), Explaining inequality (Routledge, 2016), Il mercato rende disuguali? La distribuzione dei redditi in Italia (Il Mulino, 2018) e Un manifesto contro le disuguaglianze (Laterza, 2018).


Professore, un commento sui dati dell’ultimo rapporto Oxfam.

«I dati Oxfam si riferiscono in gran parte al patrimonio accumulato e quindi alla ricchezza. Questi dati non sempre sono di qualità adeguata. Ma certamente il fenomeno della concentrazione della ricchezza è molto serio. Comunque, per varie ragioni, penso sia preferibile partire dai dati relativi alla disuguaglianza dei redditi».

Perché?

«Nel caso di patrimoni accumulati è molto più facile che emergano disuguaglianze, basti pensare che se uno è indebitato risulta avere un patrimonio negativo. Inoltre la ricchezza spesso è ereditata e chi ce l’ha la fa fruttare, quindi è normale che aumentino le disuguaglianze. Oltretutto in Italia la disuguaglianza nella ricchezza è meno alta che in altri paesi perché moltissimi italiani sono proprietari di case. Quindi è meglio analizzare i dati sul reddito, ovvero su quanto si guadagna all’anno o al mese».

Concentriamoci sulle disuguaglianze di reddito, allora.

«Nei paesi avanzati, inclusa l’Italia, la disuguaglianza è notevolmente aumentata negli ultimi trent'anni anni ed è cresciuta la quota di reddito totale che va all'1% più ricco della popolazione. Peraltro il reddito di questi super ricchi proviene sempre più dal lavoro: negli anni Ottanta era pari al 46,4% dei loro redditi complessivi, trent'anni dopo era il 70,9%. Stiamo parlando dei top manager delle grandi imprese e della finanza, ma anche delle superstar dello sport e dello spettacolo. Ma è importante distinguere tra i redditi disponibili e i redditi di mercato».

Prego.

«I primi sono quelli che si ottengono sui mercati (del lavoro, dei beni e dei capitali), togliendo le imposte dirette e aggiungendo gli eventuali trasferimenti dallo Stato, come sussidi, bonus e soprattutto pensioni. I secondi invece sono quelli che si ottengono prima di pagare le imposte e prima di ricevere i trasferimenti».

Cosa emerge, dunque?

«Che in Italia la disuguaglianza nei redditi di mercato è enormemente aumentata. E se non fosse soprattutto per le pensioni, che svolgono un fortissimo ruolo di contenimento, questi dati emergerebbero anche nei redditi disponibili».

Ci aiuti a capire meglio.

«Secondo l’indice di Gini (che misura le disuguaglianze e prende il nome dal fondatore dell’Istat Corrado Gini, ndr), in Italia le disuguaglianze nei redditi disponibili hanno subito un’improvvisa impennata nei primi anni Novanta e poi sono rimaste tendenzialmente sugli stessi valori, anche se molto alti. Non è vero, infatti, che ci si deve preoccupare delle disuguaglianze solo quando aumentano, ma anche quando restano su valori alti. Il punto però è che questi dati non sono sufficienti per fotografare la situazione reale delle disuguaglianze, che sono maggiori di quelle che appaiono».

Perché?

«Innanzitutto perché i dati vengono da indagini campionarie e non rappresentano correttamente tutte le fasce di reddito: gli estremi (i molto poveri, che magari vivono sotto un ponte, e i molto ricchi, che magari nascondono i propri capitali) sfuggono ai radar e non vengono campionati. Ci sono poi altri indicatori che portano a dire che in realtà le disuguaglianze sono ancora maggiori».

Quali?

«I dati fiscali, secondo i quali negli ultimi anni c’è stata una maggiore concentrazione dei redditi al vertice, con un aumento del reddito dei super ricchi, e, appunto, i dati relativi ai redditi di mercato, dove si produce un sacco di disuguaglianza in più. Nei primi anni Novanta l’Italia aveva un valore attorno al 37% secondo l’indice di Gini, oggi invece è oltre il 50%: un valore altissimo, superiore a quello degli Stati Uniti, considerato un paese molto diseguale».

Ma le pensioni attenuano questo divario, diceva.

«Sì, perché vengono erogate soprattutto a chi sta nella fascia medio-bassa».

Perché sono avvenuti questi peggioramenti?

«Intanto perché è cresciuta la componente dei redditi di capitale rispetto ai redditi da lavoro, con uno spostamento della distribuzione primaria a vantaggio dei primi e specialmente delle imprese finanziarie: ciò ha favorito la concentrazione del reddito nelle mani di pochi soggetti. Inoltre è molto aumentata la disuguaglianza nel mondo del lavoro, anche a causa della progressiva flessibilizzazione del lavoro dipendente».

Quindi la deregolamentazione del mercato del lavoro ha influito?

«Sicuramente. Oltre a ciò, mentre in passato il lavoratore faceva parte di una classe omogenea, ora è individualizzato e ha tanti tipi di contratto, di mansioni eccetera. Questa frammentazione del mondo del lavoro naturalmente ha inciso anche sulle capacità di farsi sentire».

Diceva che in Italia si è registrata un’improvvisa impennata delle disuguaglianze nei primi anni Novanta. Perché?

«In conseguenza di una grave crisi economico-occupazionale e delle politiche di bilancio molto restrittive che ne seguirono, quelle adottate per adeguarsi ai parametri di Maastricht ed entrare nella Ue».

Quindi l’ingresso nella Ue ha contribuito a far crescere le disuguaglianze?

«No. Sono le modalità adottate che non hanno tenuto conto delle conseguenze negative in termini di disuguaglianze, non l’ingresso nella Ue in sé. Se, per esempio, per ridurre il deficit si fosse introdotta una ben disegnata imposta patrimoniale, saremmo entrati nella Ue senza aggravare le disuguaglianze».

Ci sono altre politiche che hanno influito?

«Una su tutte è la liberalizzazione dei movimenti di capitale, sostenuta anche da Bill Clinton: togliere le barriere che rendevano più difficile spostare i capitali da un paese all’altro ha contribuito moltissimo ad aggravare le disuguaglianze».

La libera circolazione dei capitali è uno dei principi fondamentali su cui si basa la Ue. Quindi anche la Ue è tra i responsabili della crescita delle disuguaglianze?

«Sì, come tutti quelli che hanno adottato politiche, nazionali o internazionali, che hanno globalmente indebolito il lavoro rispetto all’impresa. Questo problema, per quanto riguarda la Ue, in realtà non si è presentato in modo rilevante finché non c’è stato l’allargamento a 27: quando sono entrati i paesi dell’Est, dove i salari sono più bassi, le cose sono cambiate in negativo».

Nel suo libro Il mercato rende disuguali? cita «tre autorevoli economisti del Fondo monetario internazionale», secondo i quali “invece di produrre crescita alcune politiche neoliberali hanno accresciuto la disuguaglianza”. Una sconfessione del neoliberismo dall’interno?

«Non amo il termine neoliberismo perché spesso viene usato a sproposito. Quello che è successo negli ultimi anni, con politiche che hanno consentito a grandi imprese, e soprattutto a banche e finanza, di acquisire un grosso potere di mercato, è semmai la prova di un capitalismo clientelare, dove lo stretto rapporto tra Stato e grandi imprese ha rafforzato il potere delle imprese stesse a danno dei lavoratori. Più che in base alle regole della concorrenza, come il liberismo vorrebbe, il mercato è stato lasciato libero di agire in base alle regole del potere».

Come si può intervenire, quindi, per ridurre le disuguaglianze?

«Occorrono altre politiche capaci di incidere sulle disuguaglianze di mercato e non soltanto di correggerle ex post. La redistribuzione, attraverso la tassazione e i trasferimenti come le pensioni, non basta più: bisogna prevenire le disuguaglianze per controllare chi è troppo forte sul mercato».

Quali misure, in concreto, potrebbero servire?

«Servono misure pre-distributive, come un salario minimo, un tetto alle retribuzioni dei manager e una misura che consenta eguali possibilità di accesso all’istruzione alta. E si potrebbe intervenire con una patrimoniale, in particolare con l’imposta di successione. Allo stesso tempo non bisogna assolutamente attenuare la progressività fiscale e bisogna consentire una maggiore partecipazione dei lavoratori alle decisioni».

E il reddito di cittadinanza come lo valuta?

«È una misura redistributiva ma indispensabile in ogni paese civile. Attenzione però, perché il nome corretto è reddito minimo, visto che viene erogato a favore di chi non raggiunge una certa soglia e non a chiunque sia cittadino».

Per quanto riguarda l’America Latina, infine, cosa emerge dai dati?

«È un caso molto interessante: è una delle poche regioni del mondo in cui, per la gran parte dei paesi, le disuguaglianze, negli ultimi 20 anni, sono diminuite, e questo dipende soprattutto dall’operato di governi come quello di Luiz Inácio Lula in Brasile. Questa tendenza, però, negli ultimi anni si è largamente invertita e l’America Latina, quindi, resta una delle aree con più disuguaglianze al mondo».