Elezioni in Bolivia: la destra divisa spera nel ballottaggio

di Lorenzo Poli

Carlos Mesa, il principale sfidante di Luis Arce

Terza e ultima tappa (qui la prima e qui la seconda) alla vigilia del voto boliviano. Ritiri tattici, come quello della presidente ad interim Jeanine Áñez, e bizzarri irriducibili. Ma la destra punta su Carlos Mesa e Luis "Macho" Camacho. Tra gas, violenze e saluti romani


I ritirati


La destra boliviana scende in campo divisa. Anche se alcuni candidati si sono ritirati per favorire l'aggregazione delle forze anti-Mas (il partito di Evo Morales, che candida l'ex ministro dell'Economia Luis Arce), non avendo alcuna influenza reale nel Paese.


Primo tra tutti il partito autoritario Acción Democrática Nacionalista, fondato dall'ex dittatore militare Hugo Banzer, che ha presentato due leader militari in pensione, abbandonando i Creemos di Luis Camacho: il vice-ammiraglio della marina Ismael Schabib e il generale dell'esercito Remberto Siles. Questa prima candidatura alla presidenza, la prima di Adn dal 2002, l'8 febbraio 2020 è stata però ritirata, a causa della disorganizzazione all'interno del partito, ripresentatosi poi con la candidata Maria Baya.


La stessa presidente ad interim Jeanine Áñez, dopo aver dichiarato la sua candidatura per la coalizione Juntos, l'ha ritirata per impedire una facile vittoria del Mas.

La presidente ad interim Jeanine Áñez, ritiratasi dalla corsa alla presidenza

Anche l'ex presidente Jorge "Tuto" Quiroga, liberale filo-atlantista e rappresentante del governo golpista presso la comunità internazionale, si è presentato con Libre 21, una alleanza elettorale tra il Mnr (Movimiento nacionalista revolucionario) di centrodestra e il Mps (Movimiento por la soberanía) autonomista indigeno, ritirandosi dalla corsa domenica 11 ottobre.


Gli irriducibili


A tenere duro rimane il cristiano conservatore di origini sudcoreane Chi Hyun Chung, che con le sue idee anti-gay e in difesa della "famiglia patriarcale" ottenne un sorprendente terzo posto nel 2019. Chung guida un partito d'estrema destra, Frente Para la Victoria, dopo che il suo partito, Partito Democratico Cristiano (Pdc), ha mostrato pubblico appoggio a candidati civici di Creemos.

Chi Hyun Chung

Anche Feliciano Mamani della federazione dei minatori cooperativi (Fencomin) è sceso in campo con il Pan-Bol, sostituendo la conservatrice Ruth Nina, dopo che la tacita alleanza di Fencomin con il Mas-Ipsp è andata in pezzi negli scontri durante le proteste contro la nuova legge mineraria nel 2016.


Ma i due candidati più influenti della destra sono Carlos Mesa e Luis Camacho, dati rispettivamente al 33,1% e al 16,7% dall'ultima indagine realizzata da Ciesmori per la rete Unitel. Ecco chi sono.


Dalla "guerra del gas" alla corsa per la presidenza: chi è Carlos Mesa

Carlos Mesa

Già durante il primo mandato di Gonzalo Sánchez de Lozada (1993-1997) furono messe in atto politiche neoliberiste. Lozada smantellò gradualmente la compagnia nazionale degli idrocarburi Ypfb, per canalizzare ingenti investimenti stranieri, ma gran parte della popolazione mal digerì l'operazione, vista come una svendita del patrimonio nazionale.

Il secondo mandato presidenziale di "Goni" (2002-2003), con Carlos Mesa vicepresidente, fu segnato da disgregazione interna, grandi scandali di corruzione, clientelismo e crescente malcontento verso il processo di capitalizzazione avviato durante la sua precedente presidenza.


Ma a far scoppiare le contraddizioni fu la sua politica del commercio di gas naturale, una risorsa che andava acquisendo sempre maggiore rilevanza grazie ai nuovi giacimenti scoperti dalle compagnie petrolifere internazionali, attraverso grandi investimenti di esplorazione. Questa scelta vide una forte lacerazione interna, un'opposizione della destra tradizionale e delle masse popolari, oltre che dei movimenti sociali nelle zone andine. Il conflitto, con scioperi, blocchi stradali e manifestazioni, sfociò in una vera insurrezione popolare contro gli aumenti dei prezzi a seguito delle privatizzazioni, contro l'esportazione del gas boliviano verso Stati Uniti e Messico e contro una campagna, voluta da Mesa e "Goni" per sradicare la produzione di coca dal Paese. Il leader principale dell'opposizione era Evo Morales.


Nel 2003 Mesa e Goni, con quella che passò alla storia come "guerra del gas", ordinarono una repressione che si concluse con una strage che portò a 80 morti e 500 feriti tra i manifestanti. Tra gli 80 morti anche otto esecuzioni extragiudiziali di indigeni aymara per mano della polizia. Gonzalo Sánchez de Lozada diede le dimissioni nell'ottobre 2003 e scappò negli Usa, dove solo nel 2018, in un tribunale a Fort Lauderdale, nel sud della Florida, la giuria civile l'ha dichiarato responsabile delle violazioni dei diritti umani, obbligandolo a risarcire i parenti degli indigeni aymara assassinati con 10 milioni di dollari.


A sostituire Sánchez de Lozada, nell'ottobre 2003, fu proprio Carlos Mesa che, in perfetta continuità con le politiche del suo predecessore, si occupò di privatizzare il gas boliviano, trovando la maggioranza indigena della popolazione favorevole alla nazionalizzazione delle risorse naturali e la popolazione dell'est del Paese che chiedeva maggiore autonomia.


Nel luglio 2004, su pressione del Mas guidato dal sindacalista dei cocaleros Evo Morales, organizzò il "referendum sul gas" durante il quale la maggioranza della popolazione votò per la nazionalizzazione degli idrocarburi. Di fronte all'opposizione del Fmi, della Banca mondiale e delle multinazionali petrolifere, Carlos Mesa dichiarò che la nazionalizzazione del gas fosse «impossibile» da attuare. Nuove proteste costrinsero Mesa alle dimissioni nel marzo del 2005.


Nel 2018 la Corte suprema di giustizia della Bolivia ha deferito all'Assemblea legislativa plurinazionale la richiesta di perseguire l'ex presidente Carlos Mesa: l'accusa era di aver causato la perdita di oltre 42,6 milioni di dollari a causa dell'espulsione della compagnia mineraria cilena Quirobax dal Paese, dopo aver annullato le concessioni con questa compagnia nel Salar de Uyuni nel 2004. Con relativa causa legale internazionale.


Luis "Macho" Camacho

Luis Fernando Camacho

Agitatore delle violenze paramilitari d'estrema destra che portarono alle dimissioni forzate di Morales, sostenute anche dal generale Kaliman, Luis Camacho è il leader dell'ala estremista degli attuali golpisti boliviani e alle elezioni si presenta con la formazione politica Creemos.


Un carneade "benedetto" dai media


In realtà, prima della creazione del suo account Twitter, il 27 maggio 2019, non si sapeva niente di lui. Il 9 luglio dello stesso anno invocava uno sciopero regionale in opposizione alla «enorme frode» delle elezioni e le dimissioni del Tribunale supremo elettorale, ricevendo solo 20 visualizzazioni. Ma presto le sue iniziative si sono diffuse a livello nazionale.


La sua figura ha iniziato ad avere risalto internazionale quando mass media come Unitel, Telemundo e Cnn lo hanno inserito tra le figure di spicco in Bolivia, così come New York Times e Reuters, che hanno iniziato a definirlo «leader» dell'opposizione.


Tra violenza e saluti romani

Croci ed estrema destra

Ma chi è davvero Luis Fernando Camacho? Un fondamentalista cattolico, molto vicino ai settori evangelici ultraconservatori brasiliani. E un oligarca vicino all'estrema destra.

Nel 2002 fu vicepresidente e attivista dell'organizzazione Unión Juvenil Cruceñista, che la Federazione internazionale per i diritti umani (Fihd) ha definito come «una specie di gruppo paramilitare» dedita ad atti di razzismo e discriminazione contro abitanti e istituzioni indigene della zona. Un'organizzazione il cui simbolo, una croce verde, ricorda i simboli del fascismo occidentale, mentre il segno di riconoscimento ricorda il saluto romano e il «Siegheil» dei nazisti tedeschi. Sempre secondo la Fihd, l'organizzazione fu promossa dal Comité Cívico pro Santa Cruz, presieduto proprio da "Macho Camacho", come si faceva chiamare.


Dio, affari e massoneria


Camacho è proprietario del Grupo Empresarial Nacional Vida S.A., che possiede investimenti diretti o indiretti in società come Conecta, Tecorp, Xperience, Fenix Seguros, nonché Nacional Seguros Vida, della Metropolitan Clinic of the Americas project.

È documentato che alcuni di quegli investimenti siano coinvolti nello scandalo "Panama Papers", dove sono raccolti i dati sull'evasione nei paradisi fiscali centroamericani.

Il nome di Camacho appare accanto alla Medis Overseas Corporation, alla Navi International Holding e alla Positive Real Estates Camacho, dopo aver operato come intermediario per coadiuvare persone e imprese a nascondere le proprie fortune in entità offshore, riciclare denaro e trovare modi per evadere le imposte.


Massone, esponente della loggia Los Caballeros de Oriente, è esponente di spicco della "oligarchia cruceña", avendo legami familiari molto ben radicati. Suo padre José Luis era proprietario dell'azienda Sergas, che distribuiva gas a Santa Cruz; suo zio Enrique controllava la società Socre, che gestiva le strutture per la produzione del gas locale; mentre suo cugino controlla la Controgas.


Nel suo ruolo di presidente del Comité cívico pro Santa Cruz, Camacho rappresenta un complesso di società imprenditoriali in una delle zone più ricche del Paese. La regione di Santa Cruz, area a maggioranza anti-masista, produce il 70% degli alimenti della Bolivia, ha un enorme potenziale energetico, un'enorme ricchezza in idrocarburi, che però, dopo i governi di Morales, sono oggi nelle mani dello Stato. Camacho rappresenta quei settori che volevano sottrarsi al "socialismo evista" anche attraverso la secessione di Santa Cruz, ovvero del 28,9% del PIL del Paese (dato del 2016).


Uomo d'affari, leader politico, avvocato, ha 40 anni e prende come esempio il presidente brasiliano Jair Bolsonaro in opposizione al femminismo comunitario indigeno e all'avanzata dei diritti politici e civili delle minoranze sessuali e delle donne. Incarna esattamente la ricetta neoliberista che in questi anni si è voluta attuare in America Latina contro il progressismo socialista: Dio, patria, famiglia e affarismo.


Dichiaratamente razzista e machista, sostenuto dagli Usa, dalle forze imprenditoriali e clericali boliviane, promise che il culto tradizionale andino di Pachamama, ovvero di Madre Terra, non sarebbe più stato tollerato, prefiggendosi di «riportare Dio nel Palacio Quemado», che metaforicamente significa cacciare la maggioranza della popolazione indigena boliviana.


A lui si devono le violenze anti-indigene che sia prima che durante il golpe hanno messo a ferro e fuoco il Paese attraverso gruppi paramilitari che picchiavano, seviziavano e bruciavano vivi manifestanti indigeni, lavoratori, militanti e sindaci del Mas. Mentre i poliziotti bruciavano in strada la wiphala, la bandiera dei popoli originari andini, e la strappavano dai distintivi.