Elezioni in Bolivia: il contesto politico e il ruolo strategico di Jeanine Áñez

di Lorenzo Poli

A tre giorni dalle presidenziali pubblichiamo il primo di tre pezzi per avvicinarci a un voto molto delicato per il popolo boliviano. Dopo il golpe del 2019 la destra conservatrice punta sullo spauracchio del ritorno al potere dei socialisti, nemici giurati di paramilitari, magnati ed estremisti cristiani. Dall'esilio di Evo Morales agli scandali dei golpisti, quanto conta ancora Jeanine Áñez?


Mancano pochi giorni alle elezioni presidenziali in Bolivia. Nel Paese sudamericano si vota domenica 18 ottobre, dopo che l'appuntamento elettorale è stato rinviato già due volte. Elezioni combattute, che avvengono dopo un anno dal golpe della destra conservatrice, attraversato da repressione delle popolazioni indigene-contadine, dallo squadrismo dei paramilitari d'estrema destra guidati da Luis Camacho, dal razzismo istituzionale di stampo fondamentalista cristiano, dalla recente repressione fisica e giudiziaria contro i militanti del Mas (Movimiento al socialismo), in primis contro lo stesso Evo Morales.

Al potere con un golpe. E con il Vangelo

La prima senza Evo

Evo Morales, presidente della Bolivia per tre mandati consecutivi (2005-2019)

Per la prima volta dopo diversi anni la Bolivia si prepara ad affrontare un'elezione presidenziale senza Morales come candidato (che non potrà nemmeno votare). Dopo la vittoria al primo turno lo scorso 20 ottobre scorso, quando era stato rieletto per la quarta volta, l'ex presidente indio è stato indotto a dimettersi il 10 novembre sotto la pressione delle forze armate, delle violenze paramilitari e dell'Osa (Organizzazione degli Stati americani), che l'ha accusato, senza prove, di frodi.


A questo seguì l'autoproclamazione della liberale Jeanine Áñez a presidente della Bolivia ad interim a novembre, obbligando l'ex presidente boliviano a trascorrere un mese come esiliato in Messico e poi in Argentina, oggi a guida peronista, come rifugiato politico.

Il governo golpista avrebbe dovuto indire le elezioni dopo 90 giorni dal suo insediamento, ma questo non è avvenuto e la crisi sanitaria da Covid-19 gli ha giovato, permettendogli di posticipare le elezioni a data da destinarsi.


Ora le elezioni ci saranno, seppur con molti aspetti controversi: la comunità boliviana in Argentina, per esempio, verrà esclusa dalle elezioni per 'motivi di sicurezza'. Una mossa strategica della destra, secondo i sostenitori del Mas, che accusano il governo di usare il Covid-19 come scusa, sapendo quanto sia forte il sostegno al Mas da parte dei boliviani all'estero. Soprattutto dopo aver vissuto le politiche neoliberiste di Mauricio Macri in Argentina.


Il ruolo strategico di Jeanine Áñez

L'attuale presidente ad interim della Bolivia, Jeanine Áñez

L'attuale presidente ad interim della Bolivia, Jeanine Áñez, inizialmente candidatasi con il partito conservatore Movimento Democratico Sociale nella coalizione Juntos, ha ritirato la sua candidatura dopo che un sondaggio l'ha collocata al quarto posto con una percentuale irrisoria. Vedendo l'avanzata del Mas nei sondaggi ha deciso di fare un passo indietro e promuovere la lotta in blocco contro il Mas. «Lascio la mia candidatura alla presidenza della Bolivia per occuparmi della democrazia. Non è un sacrificio, è un onore, perché lo faccio con il rischio che il voto democratico venga diviso tra più candidati e che come risultato di questa divisione il Mas finisca per vincere le elezioni. Lo faccio per l'unità di quelli di noi che amano la democrazia. Lo faccio per aiutare la vittoria di quelli di noi che non vogliono la dittatura. Se non ci uniamo, Morales tornerà», ha detto Áñez in un video di poco più di tre minuti che ha pubblicato sui social network, invocando prima un'alleanza della destra e poi sperando di andare al ballottaggio in modo che i voti della destra si possano concentrare su un solo candidato.


In questa scelta è stata supportata dal suo compagno di corsa, nonché uomo d'affari, Samuel Doria Medina, patron della Soboce (Sociedad boliviana de cemento) e fondatore del Fronte d'Unità Nazionale. Secondo la presidente una vittoria del Mas potrebbe «fermare il cambiamento politico in atto nel Paese dal rovesciamento di Morales» lo scorso novembre e che «ha il sostegno delle classi medie urbane e delle élite tradizionali del paese». Una vittoria che potrebbe minare le presunte conquiste del suo golpe: «ridurre il peso dello Stato, aumentare la partecipazione delle imprese private, tornare alla repubblica» in sostituzione dello Stato plurinazionale creato nel periodo precedente e, soprattutto, «fermare il Mas».


Sulla stampa boliviana privata, il Mas è stato considerato «il nemico pubblico numero uno» e un «cancro» per la democrazia boliviana a tal punto che molti elettori della destra si sono scagliati sui social contro la destra stessa per non aver formato un fronte unitario anti-masista.


Il gesto di Áñez e Doria Medina è stato accolto con sollievo e gioia da chi cerca di concentrare il voto anti-Mas in Carlos Mesa, che nelle elezioni fallite dello scorso anno ha beneficiato del "voto utile". Ad ora Áñez non ha sostenuto la candidatura di Carlos Mesa, mettendo in discussione la stessa personalità politica di Mesa, non ritenuta in grado di affrontare i socialisti.

Secondo alcuni analisti politici il suo flusso elettorale andrà a vantaggio di Luis Camacho e non di Mesa, in modo da impedire la vittoria di Arce al primo turno. Il raggiungimento di questo obiettivo però è molto difficile e ostacolato dal fatto che le schede elettorali, che in Bolivia sono uniche e comprendono tutti i candidati, sono già stampate e presenteranno anche la stessa Áñez.


Un'immagine ammaccata


Dopo aver assunto la presidenza, superando il vuoto di potere che avevano provocato le dimissioni di Evo Morales, la presidente ha represso le proteste masiste con un bilancio di oltre 30 morti. L'aver assunto misure a favore degli uomini d'affari della Bolivia orientale non ha certo giovato ad Áñez, protagonista di un golpe appoggiato indirettamente da monopolisti industriali come Elon Musk. Nè tantomeno le ha giovato una gestione della pandemia in modo inefficiente e disorganizzato in materia di servizi sanitari.


Ciò che ha danneggiato di più la sua immagine, tuttavia, sono stati gli scandali di corruzione scoppiati durante il suo mandato, in particolare quello relativo all'acquisto eccessivo da parte del ministero della Salute di 170 respiratori spagnoli, che ha portato il ministro della Salute Marcelo Navajas agli arresti domiciliari. Ad oggi, attirando consenso vero una risicata minoranza, non si può sapere quanto il suo aiuto alla destra possa essere efficace in una eventuale vittoria.