I dubbi e le richieste degli scienziati scettici del vaccino


DALLE PAGINE DEL BRITISH MEDICAL JOURNAL CRITICHE ALLA RECENTE APPROVAZIONE DEL VACCINO PFIZER NEGLI STATI UNITI

ECCO LE DOMANDE DEGLI SCIENZIATI ANCORA SENZA RISPOSTE


Studi progettati per durare due anni e terminati dopo pochi mesi, dati non accessibili alla comunità scientifica, modalità e obbiettivi dei trial clinici contestati, esperti indipendenti non consultati per l'autorizzazione definitiva della Fda a Pfizer: il mondo della ricerca si interroga se gli attuali vaccini antiCovid siano davvero efficaci contro decessi e ricoveri e si chiede quanto duri la protezione. I test condotti dalle case farmaceutiche non rispondono a queste domande. Da Israele le evidenze sul campo destano preoccupazione: colpa di Delta o di problemi del vaccino, o di entrambe le cose, non è dato saperlo. L'efficacia svanisce e si rende necessaria, di fretta, la terza dose. Nel frattempo il contestato green pass, che non ferma i contagi, avanza. È così che gli scettici si allontano dal vaccino


I vaccini sono una delle più grandi scoperte della medicina e hanno migliorato enormemente l'aspettativa di vita. Tuttavia, quelli 'genetici' si trovano all'esordio: prima di procedere ad autorizzazioni definitive e complete, diventa indispensabile valutare la loro efficacia e sicurezza (anche a lungo-medio termine) e identificare con precisione le categorie per le quali questi nuovi farmaci potrebbero essere meno indicati. È questa una delle principali obiezioni di chi, in particolare sotto i quarant'anni, esita a ricevere la sua prima dose, ma pure di chi, avendola ricevuta, invita alla cautela rispetto a estensioni o obblighi generalizzati.


Chi sono gli scettici del vaccino? Secondo una ricerca del Dipartimento di epidemiologia dell'Università di Pittsburgh, che ha coinvolto cinque milioni di persone, tra loro ci sono individui molto istruiti. Il "fattore di rischio" con la maggiore incidenza di scettici è addirittura il possesso di un dottorato di ricerca. In Italia non sono state condotte ricerche scientifiche approfondite. La platea dovrebbe essere variegata, ma non abbiamo dati precisi sulla sua composizione per reddito o istruzione. Perché dunque questa 'esitazione'? Alcuni spunti li offre il professore e ricercatore Peter Doshi, dell'Università del Maryland, editorialista sul British Medical Journal.


Approvazione a tempi record


Secondo una ricerca pubblicata da professori della Harvard Medical School, i test clinici più recenti effettuati per i vaccini approvati più in fretta dall'autorità farmaceutica statunitense, la Food and drug administration (Fda) sono durati in media 23 mesi. Si trattava di sei vaccini 'first in disease', cioè i primi sviluppati per prevenire una certa malattia. Diciotto mesi è la media della durata degli studi per gli altri trentacinque. Gli studi clinici di fase 3 non sono mai identici per ciascun vaccino, vengono negoziati e bilanciati a seconda delle esigenze sanitarie e delle conoscenze a disposizione, spiegano i professori di Harvard:

"Dei 35 nuovi vaccini approvati negli Stati Uniti dal 2006 all'ottobre 2020, solo un terzo ha valutato l'incidenza effettiva della malattia, due terzi hanno usato marcatori surrogati di efficacia"

Il vaccino antiCovid di Pfizer, chiamato Comirnaty, il 23 agosto ha ottenuto l'approvazione definitiva dalla Food and drug administration con una documentazione pubblicata a luglio e relativa a dati osservati tra agosto 2020 e marzo 2021. Troppo poco secondo Peter Doshi.

"Il follow-up dei partecipanti allo studio per verificare le forme gravi di Covid-19 dovrebbe continuare il più a lungo possibile, idealmente almeno uno o due anni, per valutare la durata della protezione e il potenziale di Erd (malattie respiratorie ndr) associate al vaccino"
Considerazioni per la valutazione dei vaccini antiCovid, Organizzazione mondiale della sanità, settembre 2020

Studi clinici senza 'cieco'


La sperimentazione randomizzata in doppio cieco è durata pochi mesi. Per motivi etici le aziende farmaceutiche hanno consentito di vaccinarsi ai soggetti che avevano ricevuto il placebo. Nello studio Pfizer sono 'rimasti in cieco' poco meno di tremila pazienti su 44mila totali. Secondo quanto specificato da Moderna, il 98% dei membri del gruppo placebo ad aprile aveva già ricevuto almeno una dose di vaccino.


Nel caso di Reithera - il vaccino italiano stoppato da questioni di contabilità pubblica - il doppio cieco è saltato dopo due mesi dalla somministrazione della prima dose. Lo ha dichiarato l'azienda e lo confermano i pazienti coinvolti. Anche per quanto riguarda Jansen, il gruppo placebo ha avuto la possibilità di vaccinarsi due mesi dopo l'inizio dello studio. Per ottenere l'autorizzazione "condizionata" in Europa erano infatti richiesti almeno due mesi di follow up.


Le case farmaceutiche hanno rifiutato di formare un nuovo gruppo di studio, perché per loro troppo oneroso. La mancanza di pianificazione certa su come e per quanto tempo trattare i partecipanti agli studi è un cattivo precedente, con la perdita di dati di sicurezza ed efficacia potenzialmente preziosi, dicono gli esperti sentiti da Jeanne Lenzer per il Bmj.


Anche Andrea Capocci, giornalista scientifico de Il Manifesto, segnala che "18 esperti, tra cui uno della Fda, avevano scritto un appello in cui l’ipotesi di fermare il trial dopo soli sei mesi era ritenuta «disastrosa». Secondo un altro articolo sul New England Journal of Medicine firmato dalla task force vaccinale dell’Oms, «l’opportunità di ottenere evidenze affidabili sugli effetti a lungo termine verrebbero cancellate da una vaccinazione immediata dei partecipanti e dalla rivelazione del loro status di vaccinati o meno»".

"Dati spuri, raccolti in modo meno rigoroso, senza «doppio cieco» e quindi maggiormente esposti a distorsioni. Sapere di essere vaccinati da poco o da diversi mesi, per un vaccino di cui si conosce un calo di protezione, può indurre a tenere comportamenti diversi e a influenzare l’esposizione al rischio tra un gruppo e l’altro, ad esempio"
Andrea Capocci, Le ricerche sabotate per vendere la terza dose, Il Manifesto, 30 luglio 2021

Vaccino approvato, comitato indipendente non consultato: «Non abbiamo idea di come siano i dati»


L'anno scorso la Fda si era impegnata a interpellare un comitato composto da esperti indipendenti - il Vaccines and Related Biological Products Advisory Committee - durante il processo di autorizzazione, ma alla fine non ha ritenuto necessario un incontro con tali esperti prima di concedere la piena approvazione al vaccino Pfizer. L'Agenzia ha precisato di aver tenuto numerose riunioni con il comitato indipendente (che ha funzioni consultive non vincolanti) nell'autunno del 2020 e l'ultima a dicembre dello stesso anno. Il British medical journal ha raccolto alcune testimonianze dagli esperti indipendenti.


«Senza un incontro non abbiamo idea di come siano i dati. È già preoccupante che l'approvazione completa sia basata su 6 mesi di dati, nonostante gli studi clinici siano stati progettati per due anni»
«Senza trasparenza, adeguati studi controllati con follow-up a lungo termine, e accesso ai dati utilizzati (dalla Fda ndr) per l'approvazione, il pubblico ci rimette. Stiamo abbassando il "gold standard" della Fda?»
Kim Witczak, rappresentante dei consumatori nel Comitato consultivo per i farmaci psicofarmacologici della Fda, dichiarazioni al Bmj e tweet
«Se si prendono decisioni a porte chiuse, questo può alimentare lo scetticismo nei confronti dei vaccini»
Diana Zuckerman, presidentessa del National Center for Health Research e già membro del comitato indipendente della Fda, dichiarazioni al Bmj

I dati che mancano


Troviamo circa una dozzina di voci tra le informazioni che la comunità scientifica chiede per poter giudicare gli esperimenti che hanno condotto all'approvazione dei vaccini. Molte riguardano i protocolli che di fatto vengono diffusi solo dopo la comunicazione dei risultati, impedendo di conoscere eventuali deviazioni dal protocollo originario e le loro motivazioni. Tra le informazioni che la comunità scientifica chiede per un dibattito trasparente ci sono anche le modalità di rilevazione degli eventi e i supporti fisici o informatici utilizzati dai pazienti oggetto della sperimentazione. I risultati degli studi scientifici infatti possono essere sempre influenzati da molteplici fattori che gli scienziati devono poter analizzare e considerare per avere un quadro affidabile.


IN ITALIA LA MANCANZA DI TRASPARENZA RIGUARDA ANCHE I DATI SULLA PANDEMIA, COME DENUNCIA LA PETIZIONE #DATIBENECOMUNE


Alcuni criteri e metodi statistici impiegati dalle case farmaceutiche potrebbero non essere specificati, scrivono Doshi e i suoi colleghi. Diverse carenze sono state segnalate relativamente agli studi di biodistribuzione, per i quali le aziende hanno concordato con i regolatori di far riferimento anche a prodotti precedenti ed equivalenti o a "surrogati" elaborati appositamente, come conferma l'Agenzia europea del farmaco. La stessa Ema ha precisato che tali ricerche, così come quelle di farmacocinetica e tossicità sull'uomo - svolte finora su modelli animali o in vitro con risultati considerati soddisfacenti - non sempre sono necessarie per i vaccini tradizionali.


L'immunità che svanisce: non sappiamo quanto dura


L'immunità che svanisce è già un problema per i vaccini antinfluenzali: alcuni studi, scrive Peter Doshi, mostrano un'efficacia prossima allo zero dopo soli tre mesi. Insomma un vaccino ricevuto all'inizio della stagione autunnale potrebbe alla fine non fornire alcuna protezione nel momento in cui la "stagione influenzale" arriva alcuni mesi dopo. Allo stesso modo, cosa succederà con le nuove ondate di coronavirus? All'inizio di luglio, dei rapporti del ministero della Salute israeliano hanno riferito che l'efficacia contro l'infezione e la malattia sintomatica era scesa al 64 e poi al 39 percento in presenza della variante Delta dominante. Sarebbe un'efficacia bassissima. La richiesta iniziale dei regolatori per ottenere l'approvazione era di almeno il 50 percento. Il trial di Pfizer offre dati sulla protezione entro i sei mesi per appena il 7% dei partecipanti allo studio: questo, secondo Doshi, è assolutamente insufficiente per determinare la durata dell'immunità. Quest'ultima non va considerata in senso assoluto, come spiega Andrea Capocci.


"Prevenire i sintomi del Covid, e non la semplice infezione virale, era l’obiettivo degli scienziati che hanno lavorato ai vaccini oggi disponibili. Nelle sperimentazioni non sono stati monitorati i casi positivi asintomatici, che rappresentano la maggioranza e continueranno a diffondere il virus anche quando tutti saranno vaccinati. Non è una dimenticanza ma una scelta pianificata a tavolino. Per rilevare le infezioni asintomatiche sarebbe stato necessario sottoporre decine di migliaia di partecipanti a tamponi molecolari ripetuti: un simile sforzo organizzativo avrebbe aumentato i costi per le aziende, ostacolato il reclutamento dei volontari e rallentato lo sviluppo dei vaccini. I vaccini dunque funzionano, a patto di usarli per lo scopo per il quale sono stati messi a punto: utilissimi per proteggere gli individui dal Covid, ma non sufficienti, da soli, per cancellare il virus".
Andrea Capocci, Vaccinarsi non sempre evita il contagio, ma è utile, 18 agosto 2021
«Il nostro studio non dimostrerà che il vaccino previene la trasmissione, perché per farlo bisogna fare il tampone ai pazienti due volte alla settimana per periodi molto lunghi, e questo diventa insostenibile dal punto di vista operativo»
Tal Zaks, capo dipartimento medico Moderna

Non-vaccinati considerati "gravi" da Moderna, ma non dai medici dell'ospedale


Secondo Peter Doshi gli studi non sono stati progettati per studiare la malattia grave. Nei primi dati che hanno sostenuto l'autorizzazione d'emergenza a Pfizer negli Usa a dicembre 2020, l'azienda stessa ha definito "prove preliminari" i risultati sulle forme di Covid-19 grave. I numeri dei ricoveri ospedalieri non sono stati riportati nello studio, e si sono verificati zero decessi per il covid-19. Lo scrive lo studioso nella sua ultima pubblicazione.


Doshi continua: nel documento preliminare pubblicato e diffuso su tutti i media, è riportata un'alta efficacia contro il "covid-19 grave" riscontrata nei sei mesi di follow-up (un caso nel gruppo vaccinato contro 30 nel placebo), ma il numero di ricoveri ospedalieri non è riportato quindi non sappiamo quali, se ce ne sono, di questi pazienti erano abbastanza malati da richiedere un trattamento ospedaliero.


Nel trial di Moderna, invece, i dati dell'anno scorso hanno mostrato che 21 dei 30 casi di "covid-19 grave" non sono stati ricoverati in ospedale. Era davvero così grave? La sovrastima può falsare il rapporto di efficacia. Il Cdc americano, ad esempio, attraverso le sue osservazioni non randomizzate nei nosocomi del Paese, ribadisce l'efficacia del vaccino nel ridurre le ospedalizzazioni ma precisa che per quanto riguarda la variante Delta i dati sono insufficienti.


A riguardo i dubbi erano già stati espressi a febbraio sul Bmj per il caso dei "casi sospetti di Covid" nei trial, scovati da Peter Doshi in un documento della Fda. Distribuiti più o meno equamente tra placebo e vaccinati, suggeriscono, secondo Doshi, la necessità di rivedere l'oggetto degli accertamenti, nonché la loro trasparenza.


Dati sui decessi insufficienti: che ne sarà della protezione?


Sulla prevenzione della morte per Covid-19 ci sono troppi pochi dati - scrive Doshi - per trarre conclusioni: nell'ultimo report di Pfizer sono riportate appena tre morti legate alla Covid-19 (una tra i vaccinati, due nel gruppo placebo). Dati esigui anche per i decessi totali: 29 durante il follow-up in cieco, ripartiti quasi equamente tra vaccinati (21) e non vaccinati (17). Nessuno di questi è stato correlato alla Covid-19 o al vaccino. La domanda cruciale per Doshi è se il calo dell'efficacia già rilevato può essere collegato anche a una diminuzione della protezione dai decessi. L'ultimo documento pubblicato da Pfizer non riporta i risultati in un modo che permetta di rispondere a questa domanda, scrive lo scienziato. Sulla terza dose gli interrogativi sono enormi. E le ricerche sembrano quasi "sabotate" apposta per venderla. Così ha risposto a riguardo Sergio Abrignani, membro del Cts:


Dare la terza dose senza evidenze scientifiche?
«Stiamo seguendo in diretta quello che succede in Israele dove si è osservato che la variante Delta infetta di più e che quelli che ricevono la terza dose sono meno contagiati. Sono evidenze raccolte in emergenza e basate ancora su pochi dati, ma è cosi che il virus ci costringe a inseguirlo»
Perché tanti cambi di marcia?
«Tutto viene ancora fatto in emergenza. Stiamo vivendo in diretta l’evoluzione di un virus che muta abbastanza e genera varianti. Siamo noi che inseguiamo lui»
Sergio Abrignani, (...)«La terza dose tra fine anno e il 2022. Priorità a sanitari, anziani e fragili», Corriere della Sera, 27 agosto 2021

Come convincere gli scettici, firmato gli scettici


Peter Doshi e una trentina di professori americani hanno presentato sul British medical journal una petizione indirizzata alla Fda. In sintesi ecco cosa chiedono gli scienziati, tutti d'accordo sul fatto che allo stato attuale «non esiste alcuna legittima ragione per passare all'autorizzazione definitiva»:

  • 1. «Almeno 2 anni di controllo attivo dei partecipanti originariamente arruolati in studi clinici di lungo corso, anche se si è già perso lo studio in doppio cieco e il confronto con il gruppo placebo. Tutti gli studi di fase 3 dei produttori di vaccini erano stati già progettati con questa durata prevista». Ma l'autorizzazione del 23 agosto è poi arrivata in tempi molto più brevi


  • 2. «Garantire che ci sia una sostanziale evidenza di efficacia clinica che superi i danni in categorie speciali come neonati, bambini e adolescenti; nei guariti da SARSCoV-2; negli immunodepressi; nelle donne incinte; donne che allattano; anziani e adulti fragili; pazienti oncologici, con disturbi autoimmuni ed ematologici». Secondo gli scienziati i dati raccolti su queste categorie non sarebbero sufficienti e non offrirebbero queste garanzie


  • 3. «È necessaria un'accurata valutazione della sicurezza dell'azione delle proteine spike prodotte dai tessuti del corpo dopo la somministrazione del vaccino e uno studio della biodistribuzione completa delle proteine spike, della farmacocinetica e della tossicità specifica della proteina». Ad oggi non sono disponibili questi studi


  • 4. «Completare gli studi di biodistribuzione del vaccino dal sito di somministrazione e quelli sulla sicurezza riguardo agli effetti della traduzione dell'mRna in tessuti lontani dal sito di infezione». L'm-Rna, nello studio contestato, è stato rintracciato in diversi organi, ma gli scienziati chiedono maggiori informazioni sulla qualità e sulla durata nel tempo delle rilevazioni


  • 5. «Conoscere approfonditamente tutte le reazioni avverse gravi segnalate in seguito alla vaccinazione, non solo i decessi, riportate negli Stati Uniti e nei sistemi globali di farmacovigilanza». Oltre alle infiammazioni cardiache citate nel bugiardino e sulle quali si sta indagando, Peter Doshi segnala effetti avversi dalla frequenza non nota dichiarati da Pfizer nell'ultimo report. Preoccupazioni riguardo agli effetti avversi cardiaci della vaccinazione arrivano anche da Israele, dove nel 2021 si registra anche un eccesso di mortalità giovanile


  • 6. «Valutare la sicurezza del vaccino per gli individui che ricevono più di due dosi». Ad oggi mancano dati precisi sulla terza dose e sui suoi benefici rispetto alle prime due


  • 7. «Includere di esperti in terapie geniche nel Comitato consultivo per i vaccini e i prodotti biologici correlati, poiché va riconosciuto che alcuni dei nuovi vaccini COVID funzionano diversamente dai vaccini tradizionali»


  • 8. «Applicare rigorosi requisiti di conflitto di interessi per garantire che gli individui coinvolti nell'analisi dei dati e nell'analisi dei dati e nei processi decisionali non abbiano conflitti di interesse con i produttori di vaccini». Quest'ultima sarebbe davvero una grossa impresa, considerando i legami finanziari e di organico, saldati con finanziamenti e porte girevoli, che legano le aziende private alle agenzie regolatorie. A questi si aggiungono le pressioni politiche, denunciate dall'inchiesta Emaleaks. La mancanza di trasparenza sui dati non è una novità, ma riguarda in generale una gran parte dei risultati degli esperimenti sotto il controllo delle autorità farmaceutiche europee. Preoccupante è infatti il quadro emerso sul portale specializzato trasparimed

Le ammissioni dell'Fda, che chiede a Pfizer nuovi studi


Alcune preoccupazioni degli scienziati sembrano in qualche modo confermate dalla lettera con cui l'autorità farmaceutica statunitense concede l'autorizzazione in commercio al vaccino Pfizer. La Food and drug administration chiede anche che siano completati nuovi studi, effettuati approfondimenti e segnalata ogni eventuale variazione di contenuto e di etichetta del vaccino.

"Il meccanismo d'azione attraverso il quale il vaccino potrebbe causare miocardite e pericardite non è stato stabilito. "Non sono ancora disponibili informazioni sulle potenziali conseguenze a lungo termine e sugli esiti negli individui colpiti. Il richiedente sarà tenuto a condurre studi di sicurezza postmarketing per valutare i gravi rischi noti di miocardite e pericardite"
(Food and drug administration, 23 agosto 2021 Lettera di approvazione - Comirnaty)

L'autorità scrive chiaramente che, secondo i suoi modelli, il beneficio della vaccinazione supera il rischio delle complicanze cardiache anche nella popolazione più giovane, che sarebbe quella maggiormente soggetta a questo tipo di eventi avversi. Tuttavia ammette che il sistema di farmacovigilanza sia inadeguato:

"Abbiamo determinato che un'analisi degli eventi avversi spontanei riportati non è sufficiente per valutare gravi rischi noti di miocardite e pericardite e identificare un grave rischio inaspettato di miocardite subclinica. Inoltre, il sistema di farmacovigilanza che la Fda è tenuta a mantenere ai sensi della normativa di rifermento non è sufficiente per valutare questi gravi rischi"
Food and drug administration, 23 agosto 2021, Riassunto della regolamentazione - Comirnaty

Il documento chiede che siano terminati ulteriori studi e che siano completate alcune preziose ricerche e forniti i loro risultati. Tra queste c'è anche la temuta e già citata vaccine associated enhanced respiratory disease.

"Il piano di farmacovigilanza proposto dal richiedente (Pfizer ndr) comprende le seguenti informazioni mancanti: a) rischi importanti già identificati: Anafilassi; Miocardite e pericardite; b) importante rischio potenziale: malattia potenziata associata al vaccino (Vaed) e malattia respiratoria potenziata associata al vaccino (Vaerd); c) informazioni mancanti: uso in gravidanza e allattamento; Efficacia del vaccino; uso in soggetti pediatrici <12 anni di età"
Food and drug administration, 23 agosto 2021, Riassunto della regolamentazione - Comirnaty

Il problema della farmacovigilanza


La vasta gamma degli studi ordinati dall'autorità si concluderà tra il 2022 e il 2025. I documenti ufficiali della Fda si trovano qui e qui. Rimane pacifico che le autorità regolatorie sono tutte concordi nel ritenere superiore in ogni caso il beneficio del vaccino, effetti avversi compresi, rispetto ai danni di un'eventuale infezione da Covid-19. Questo calcolo viene criticato da chi boccia l'attuale farmacovigilanza passiva, cioè la rilevazione degli eventi avversi tra la popolazione, affidata alle segnalazioni spontanee: in particolare in Italia la sottodimensione degli eventi avversi è più che sospettata.


È sufficiente confrontare il numero di quelli riportati dall'Agenzia italiana del farmaco con quello comunicato da altri Paesi più rigorosi nella sorveglianza come Stati Uniti o Regno Unito, o semplicemente con le rilevazioni dei trial condotti dalle aziende, per rendersene conto. Il rapporto beneficio-rischio viene contestato sotto un altro profilo anche da chi, come Peter Doshi, giudica carenti i dati sull'efficacia e sulla sicurezza che vengono fuori da trial clinici pubblicati dalle case farmaceutiche. In Francia, un'associazione di medici indipendente ha radicalmente messo in dubbio il rapporto beneficio-rischio, concludendo che per le fasce più giovani ricevere il vaccino sia decisamente più rischioso di prendere il virus.


I SINTOMI DEI CONTAGIATI DURANTE LA TERZA ONDATA (DATI ISS)


Sotto i 40 anni il 99% dei casi non veniva ricoverato, il 99,9% evitava la terapia intensiva

Sopra i 60 anni due positivi su tre erano asintomatici o paucisintomatici


Un dibattito poco aperto alimenta 'l'esitazione'


Come si può notare abbondano i punti di discussione, legati a vaccini molto diversi ed estremamente più rapidi dei loro predecessori che hanno fatto la storia. Il dibattito rimane mal tollerato se pur in parte ammesso, soprattutto all'estero. In Italia un po' meno.


A chiuderlo contribuisce - con il benestare di molti - la cancellazione delle notizie, informazioni, dei post, dei profili social e persino delle testate giornalistiche che spariscono dalle grande piattaforme online, a cominciare da LinkedIn fino a Youtube. Tra le motivazioni della censura che riguardano le informazioni sui vaccini c'è la "disinformazione che può incitare alla violenza", si legge su Facebook. Come può un articolo di una rivista scientifica incitare alla violenza?


Dalla censura alla radiazione, fino alla deportazione


Twitter è ancora più spietato, come nel caso della censura subita da Alex Berenson, già giornalista al New York Times, sospeso per aver twittato i risultati dei trial Pfizer e sollevato dubbi sull’introduzione dell’obbligo vaccinale. Succede anche a direttori di testate giornalistiche italiane. Peggio è andata a una controversa personalità esponente della destra britannica: Katie Hopkins aveva ottenuto un permesso speciale per partecipare al Grande Fratello Vip in Australia (ai normali inglesi l'ingresso all'epoca non era concesso) ma le è stato stracciato il visto ed è stata letteralmente deportata fuori dal Paese, dopo che aveva criticato il lockdown e la quarantena in Hotel in diretta social senza indossare la mascherina.


In Italia, per effetto di recentissime modifiche alla legge e al codice deontologico, ai medici non è permesso criticare un vaccino: rischiano un procedimento disciplinare che può portare alla radiazione. Ne sa qualcosa il primario Pier Luigi Garavelli, che ha subito un'interpretazione estrema di queste norme: il dottore è pro-vaccino ma contrario al pass. Così è sceso in piazza a a parlare di medicina e misure di prevenzione e per questo è stato colpito da un procedimento disciplinare. Alla fine il dottore, «amareggiato» ha scelto di silenziarsi e «interrompere ogni attività divulgativa sul Covid».


IL RAGIONAMENTO ESTREMO DEL PROF. PAOLO BELLAVITE IN OTTO PUNTI:

SCOPO NON CURARE MA GUADAGNARE

Ci sono otto prove che lo scopo ormai non è la salute:
1) vaccinare chi ha già avuto la malattia;
2) vaccinare i bambini;
3) radiare medici onesti e coscienziosi;
4) rovinare la vita civile col ricatto premeditato del “pass”, inutile perché anche i vaccinati possono contagiare;
5) opporsi alle cure precoci domiciliari;
6) non fare farmacovigilanza e occultare le “correlazioni”;
7)usare due pesi e due misure per i danni del covid (muoiono tutti di covid, anche se con altre patologie) e quelli dei danni vaccinali (esclusi se esistono altre patologie);
8) monopolizzare la propaganda a senso unico su tutte le reti;
tratto da lantidiplomatico.it, Alcune domande sulla vaccinazione universale evocata come bene comune

Green pass: benzina sul fuoco


Alle preoccupazioni scientifiche si aggiungono quelle dei intellettuali: giuristi, sociologi, economisti. Non si contano gli appelli di professori universitari, filosofi o semplici studenti che lucidamente snocciolano le contraddizioni di un provvedimento senza precedenti che rischia di radicalizzare l'opposizione al vaccino. Il più recente è il caso della lettera di Andrea Sigfrido Camperio Ciani, ordinario di Etologia, Psicobiologia e Psicologia evoluzionistica all'Università di Padova: si è vaccinato ma è pronto a dimettersi a rinunciare di sua sponte a lavoro e a busta paga statale. «Attendo il decreto di radiazione»: così il professore ha sfidato il Rettore del prestigioso ateneo in polemica con la richiesta del green pass, che lui non ha nessuna intenzione di utilizzare.


"Inefficace e discriminatorio"


Prima di lui erano stati Giorgio Agamben, Massimo Cacciari e Carlo Freccero a obiettare contro la certificazione verde. La bocciatura è poi arrivata anche da numerosi tribunali spagnoli: la misura danneggia il diritto alla riservatezza ed alla non discriminazione e non rispetterebbe i criteri di idoneità e necessità, queste in sintesi le argomentazioni di magistrati. Difficile contestare sia l'argomento discriminazione - chi non possiede la certificazione è definito "pericoloso" e soggetto a misure da procedimento penale - e ancor di più quello sull'idoneità e necessità: i risultati dell'applicazione del green pass, a livello di contagi, sono stati disastrosi. Negli eventi in cui è stato applicato sono nati dei focolai. E recenti osservazioni e ricerche qualificate suggeriscono che i vaccinati trasportino lo stessa quantità di virus dei non vaccinati. Non solo: in molti hanno sintomi e quindi, infettano gli altri (qui sotto gli ultimi risultati di uno studio americano pubblicato dal Cdc). Secondo un altro lavoro condotto in Vietnam e presentato in preprint su The Lancet, i medici vaccinati infettati avevano una carica virale superiore a quella rilevata in altre infezioni tra marzo e aprile 2020 di 251 volte.


In Israele tra fine giugno e l'inizio di luglio l'efficacia generale di Pfizer stava già svanendo: protezione contro l'infezione al 79% per coloro che hanno ricevuto la seconda dose ad aprile, del 69% per marzo, del 44% per febbraio e del 16% per le persone completamente vaccinate a gennaio. Sono statistiche ufficiali del ministero della salute israeliano. Nel Paese, Nel frattempo in Italia arriva la clamorosa proposta di estendere a 12 mesi l'efficacia del green pass. Una proposta senza fondamento, viste le recenti scoperte che chiedono cautela sulla contagiosità dei vaccinati o quantomeno suggeriscono di tagliare i tempi dell'immunità supposta. Non solo: il pass per i guariti dura appena sei mesi, mentre sempre più studi considerano l'immunità naturale la più solida e duratura. Queste contraddizioni, abbinate a imposizioni di fatto e alla chiusura del dibattito, non possono che allontanare gli scettici dalla vaccinazione. Se si aggiunge il segreto industriale che copre brevetti su vaccini figli della ricerca e della spesa pubblica, la speculazione e i profitti record che finiscono legalmente (!) nei paradisi fiscali a fronte dei sacrifici della popolazione, il quadro è completo.