Referendum in Cile: «Se vince l'Apruebo inizia una nuova partita»

di Ruggero Tantulli

Proteste a Santiago del Cile. Foto di Stefania Stipitivich

«Paese da ricostruire, una nuova Costituzione è solo il primo passo». A dirlo è Rodrigo Andrea Rivas, giornalista italo-cileno esiliato dopo il golpe di Pinochet. A poche ore dal voto, i cileni possono «mandare in soffitta la Carta del 1980», totem del neoliberismo. Dall'estallido social dello scorso ottobre alle questioni fondamentali: «mapuche, donne e giovani. Ma anche sanità e risorse». Ecco le ragioni del referendum, in uno dei Paesi più diseguali


La telefonata inizia commentando l'esito delle elezioni in Bolivia, vinte dal socialista Luis Arce. «Sono molto soddisfatto, il risultato supera ogni aspettativa». All'altro capo della cornetta - si fa per dire - c'è Rodrigo Andrea Rivas, giornalista, scrittore ed economista italo-cileno. Già direttore di Radio Popolare e docente universitario, Rivas vive in Italia dal 1974, esiliato dopo la militanza a sostegno di Unidad Popular come giovane dirigente della sinistra cilena. Fedelissimo, neanche a dirlo, di Salvador Allende.


Ed è sul Cile, infatti, che risponde alle domande de ilPeriodista, a poche ore dal referendum costituzionale che potrebbe cambiare la storia del Paese sudamericano.

«Il Cile è tutto da ricostruire - commenta - e se vince l'Apruebo (il Sì alla nuova Costituzione, ndr) comincia una nuova partita».


Cos'è questo referendum e perché è così importante per il Cile?


«Il referendum è sulla Costituzione attualmente vigente in Cile, imposta nel 1980 dalla dittatura di Augusto Pinochet. Quella Costituzione è la più avanzata al mondo dal punto di vista del neoliberismo, perché consacra un'economia sorretta dall'interesse privato in tutti i campi. Il problema è che anche i governi successivi alla dittatura, dal 1990, hanno applicato pedissequamente quella Costituzione con quei principi. Compresa buona parte della vecchia sinistra. Il Cile, quindi, è un Paese "ricco" per gente povera, sostanzialmente».

Il grande tema delle disuguaglianze.


«In Cile esiste una sperequazione economico-sociale dalle dimensioni sconosciute in Europa. Il PIL pro capite è superiore a quello portoghese e di poco inferiore a quello italiano, però i cileni sono poveri! Su questo si vota, grazie alle proteste scoppiate il 18 ottobre 2019 con l'estallido social (le mobilitazioni di massa, ndr)».

I quesiti sono due. Con il primo si sceglie se approvare o meno una nuova Costituzione, con il secondo come si comporrà l'eventuale Assemblea Costituente: mista, ovvero metà composta dagli attuali parlamentari e metà da nuovi eletti, oppure totalmente eletta. Previsioni?


«Sul primo quesito non ci sono dubbi: l'Apruebo prevarrà nettamente sul Rechazo. Persino una parte della destra, come per esempio Joaquín Lavín, è a favore del Sì alla nuova Costituzione, non solo le tante anime della sinistra. Sul secondo ho qualche dubbio, ma voterò per un'Assemblea totalmente eletta. Il problema è che non basta mandare in soffitta la vecchia Costituzione per cambiare il Paese. Se vince l'Apruebo inizia la partita».

Quali cambiamenti servirebbero, anche con una nuova Costituzione?


«Ci sono delle questioni fondamentali, come quella della conformazione dello Stato, quella femminile e quella giovanile. Questioni che vanno affrontate al di là del referendum e che dipendono dai rapporti di forza che si stabiliranno».

Partiamo dalla prima.


«Il Cile è uno Stato fortemente centralista, sin dalla sua indipendenza, nei primi del 1800. Ma ora bisogna andare verso il federalismo e il decentramento, riconoscendo anche la plurinazionalità dei cileni, che sono un gruppo non omogeneo. Primi fra tutti i mapuche e il loro territorio, lungo circa 400 chilometri e ricco d'acqua: bisogna riconoscerli».

La seconda: le donne.

Foto di Luca Profenna - "Plaza de la Dignidad"
«Se qui le donne contano poco, in Cile contano niente. Storicamente le donne importanti sono sempre state le compagne di qualcuno. Ora invece si sono organizzate e propongono la parità di rappresentanza elettorale: metà del Parlamento, sostengono, dovrà essere composto da donne. È un tema a cui è ora di dare risposte: forse varrebbe la pena di provare, visto quello che hanno combinato i maschietti...».

La terza: i giovani.

Foto di Luca Profenna - "Plaza de la Dignidad"
«Riguarda soprattutto la scuola ma anche il lavoro e la cultura. In Cile l'accesso all'istruzione è da privilegiati. Gli studenti sono stati trasformati in clienti: per cinque anni studiano con una borsa di studio e poi per 35 anni lavorano per ripagare i loro debiti. Va cambiato tutto il sistema scolastico, anche a livello valoriale. Ma ci sono anche altre questioni importanti da affrontare».

Quali?


«Le risorse, per esempio. Prendiamo il rame: il Cile ne produce più della metà nel mondo. Allende lo nazionalizzò, Pinochet lo de-nazionalizzò. Oggi, se non vogliamo nazionalizzarlo di nuovo - che per me sarebbe giusto - bisogna almeno aumentare di molto le tasse alle multinazionali. O il litio: si potrebbe costruire una grande azienda bi-nazionale insieme alla Bolivia. Ma anche tri-nazionale aggiungendo l'Argentina. In questo modo si potrebbe trattare con Cina, Stati Uniti etc.».

Ce ne sono altre?


«Le pensioni. Privatizzate da Pinochet, oggi non superano il 10% dello stipendio: praticamente non si può andare in pensione. Bisogna ricostruire un sistema pubblico di pensioni. Così come per la sanità: in Cile il settore privato è di altissimo livello, mentre la sanità pubblica è pessima. Ma aggiungerei il mare, che è uno dei più pescosi e oggetto di pirateria. Va trasformato in una risorsa. Bisogna ri-pubblicizzare l'acqua».

Non sono poche cose. È un sistema che non va.


«Il Cile è un Paese tutto da ricostruire, quindi sarebbe una pazzia non votare Apruebo. Anche se sarebbe solo l'inizio. Un po' come quando scendono in campo due squadre di calcio e l'arbitro fischia il calcio d'avvio».