L'Unione europea usa i libici per respingere migranti: lo conferma Frontex


Sebbene ufficialmente lo neghino, Italia e Unione europea hanno delegato alla guardia costiera libica la pratica dei respingimenti illegali, che fino al 2012 l'Italia riusciva a svolgere autonomamente. Poi è arrivata la condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo. Per questo, dal 2017 le autorità europee e italiane hanno finanziato e addestrato le nuove reclute libiche, creando di fatto da zero la nuova guardia costiera. Così la Ue utilizza gli ex miliziani per proteggere i propri confini e svolgere il "lavoro sporco" che non può più continuare a fare, almeno pubblicamente


Dal 2017 sia gli aerei di Frontex che quelli di Operazione Sophia - l'altra missione navale guidata dalla Commissione - sorvolano il Mediterraneo e avvertono la guardia costiera libica quando intercettano delle imbarcazioni con migranti a bordo. I libici hanno così gioco facile nel trovarli, bloccarli e riportarli a terra. Tutto ciò in spregio al diritto internazionale e alle sentenze della Corte di giustizia europea che prevedono l'illegittimità dei rimpatri dei richiedenti asilo in paesi come la Libia, considerati non sicuri perché non garantiscono i diritti umani.

Secondo quanto riportato dal network giornalistico Migration Newsroom, è stato Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex, a interrogare la Commissione sulla stretta collaborazione tra le agenzie europee e la guardia costiera libica. Quest'ultima, finanziata dall'Unione europea e dall'Italia, resta formalmente indipendente, e su di essa pendono numerose accuse di torture, violenze e violazioni dei diritti umani dei migranti, rinchiusi nei centri di detenzione. Vittime di quello che è stato definito un business redditizio.


Una collaborazione abituale, ma negata pubblicamente


«La guardia costiera libica è finanziata dall'Unione europea, come sapete. Tuttavia, la Commissione e le istituzioni europee in generale potrebbero dover affrontare questioni di natura politica a seguito dello scambio di informazioni operative con la guardia costiera libica», si legge nella lettera di Leggeri a Paraskevi Michou, il direttore generale della Commissione per le migrazioni.



La lettera, scritta dal quartier generale di Frontex a Varsavia, dimostra che la collaborazione areonavale con la guardia costiera libica per intercettare le imbarcazioni non solo era diventata una prassi, ma ad alcuni uffici europei questa prassi provocava anche un certo imbarazzo.

Michou però minimizza le osservazioni del capo di Frontex e lo rassicura: la guardia costiera libica è affidabile ed è giusto avvertirli. Nella sua risposta si evince anche come la collaborazione tra le autorità europee e la guardia costiera locale fosse abituale, sebbene pubblicamente la Commissione abbia più volte smentito rapporti di coordinamento nelle attività di ricerca e soccorso.

«Molti degli avvistamenti di migranti sono stati effettuati dai mezzi aerei dell'Operazione Sophia e sono stati segnalati direttamente al Centro di coordinamento del soccorso libico», ammette Michou.



Secondo il diritto marittimo, quando un aereo o una nave avvista un'imbarcazione in pericolo, deve informare l'autorità competente della zona e la nave più vicina che può raggiungerla per prima. Le ong che operano nel Mediterraneo, come Sea Watch e Open Arms, tuttavia, hanno ribadito più volte che non vengono mai contattate da Frontex o dagli aerei dell'Operazione Sophia. Al contrario, i velivoli europei contatterebbero sempre la guardia costiera libica, anche se ben più distante delle ong.


Respingere in un paese non sicuro o pagare qualcuno per farlo?

Fino al 2012 i rimpatri in Libia erano un evento normale. Le imbarcazioni italiane spesso intercettavano i migranti e li restituivano a Tripoli senza conseguenze. Da quell'anno, però, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) ha stabilito che l'Italia violava l'obbligo internazionale di non rimpatriare nessuno in un paese dove i diritti umani non sono tutelati.


A seguito di questa decisione (conosciuta come sentenza Hirsi), nell'estate del 2017 l'UE e l'Italia hanno promosso la creazione della guardia costiera libica, l'autorità scelta per ottenere ciò che l'UE non poteva permettersi di fare senza violare apertamente il diritto internazionale: intercettare i migranti e riportarli in Libia. L'Italia fornisce le navi, mentre l'Unione europea addestra e finanzia la nuova guardia costiera. Già nel 2016 l'Unione europea sapeva che le autorità libiche approfittavano e gestivano direttamente il traffico di esseri umani, che riguarda il business delle partenze, ma anche quello delle detenzioni e dei sequestri.

La sentenza Hirsi, che prende il nome da uno degli 11 eritrei e somali vittime del respingimento, prevede che la responsabilità di qualsiasi operazione di respingimento può essere attribuita a uno Stato, anche quando quest'ultimo controlla o dirige indirettamente tali operazioni. La Libia però non aveva una guardia costiera vera e propria né la capacità di gestire un'area di ricerca e salvataggio (Sar). Il Paese era nel bel mezzo di una guerra civile - che continua ancora oggi - e la maggior parte delle reclute della guardia costiera erano contrabbandieri e miliziani.

Di fronte all'incapacità dei libici di fermare i migranti, sia Frontex che l'Operazione Sophia hanno fatto ricorso agli aerei per aiutarli dall'alto.

Le carte rese pubbliche nel 2018 da un'inchiesta della procura di Catania hanno dimostrato che la collaborazione era strettissima: uno dei principali numeri di telefono della guardia costiera libica era proprio italiano.


Legami confermati anche dall'ex segretario di Stato italiano agli Affari Esteri dal 2016 al 2018, Mario Giro, in un'intervista al quotidiano spagnolo Eldiario. Secondo l'ex funzionario, in quel momento l'ossessione di fermare il flusso di migranti era così forte che nel 2017 sono state prese delle «scorciatoie».

«Tutti volevano una soluzione rapida e immediata», ha detto Giro, che ha anche riconosciuto come un «errore» l'affidarsi a trafficanti e contrabbandieri per gestire una situazione così delicata.


Le conseguenze giudiziarie

Una serie di azioni legali internazionali mettono ora in discussione tutti gli aspetti di questa cooperazione: dall'accusa di uso improprio dei fondi comunitari a quella dell'effettivo coinvolgimento dell'Italia e dell'Unione Europea nella conduzione di operazioni di soccorso (e respingimento) in alto mare. Attualmente, cinque casi sono stati portati davanti a tribunali internazionali per violazioni dei diritti umani (dall'Aia alla Corte europea dei diritti dell'uomo) e due procure in Italia indagano sui rapporti tra l'Unione europea, le autorità italiane e un apparato militare che di fatto viola il diritto internazionale.


Almeno 90 milioni di euro, erogati dall'Unione europea agli ex miliziani libici, che si sarebbe potuto spendere per la lotta alla povertà, nella sanità, nelle infrastrutture comunitarie. Fondi preziosi, messi nelle mani di criminali senza scrupoli, senza alcun controllo o trasparenza.