Perché il Mes non salva gli Stati

di Alessandro Crociata


Viene chiamato "Fondo salva Stati", ma la sua natura e il suo scopo non sono esattamente questi. Sono molte le criticità di questo istituto, governato da un'organizzazione che resta estranea all'Unione europea e lavora protetta da clausole di segretezza e da un potente scudo penale


Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità) è stato istituito con un trattato sottoscritto da 19 Paesi dell’area euro, recepito dal nostro Parlamento nell'estate del 2012 (legge 23 luglio 2012 n. 116). L'acronimo sembrerebbe rimandare a un controllo diretto della BCE e a uno strumento di stabilità o assistenza finanziaria nei confronti degli Stati in difficoltà.

In realtà il Mes, se pur previsto dal 2009 nei trattati, grazie ad una modifica ad hoc realizzata “nottetempo” secondo Giulio Tremonti che all'epoca era ministro, non fa parte dell'Unione europea. Si tratta di un'Organizzazione internazionale separata, con un suo Direttore generale e altri due organi. Il primo (Board of Governors) è composto dai ministri delle finanze dei paesi aderenti, il secondo (Board of Directors) è composto da tecnici votati dai precedenti ministri. Quest'ultimo serve appunto a valutare gli aspetti “tecnici”, da opporre ad eventuali esigenze politiche portate dai ministri. Tra questi aspetti, rilievo preminente avrà ovviamente l'interesse dei creditori. A questi due organi si aggiunge il Direttore generale.


Risorse pubbliche, interessi privati


Il Mes è inoltre costituito con fondi pubblici – impegnati fino a 700 miliardi – ma opera come tutti gli altri enti finanziari, e quindi segue la logica del profitto. I grandi fondi di investimento infatti sono ammessi non solo a fornire ulteriori risorse al Mes e ai suoi programmi, ma presenziano anche alle riunioni in qualità di osservatori. Così, quando bisogna decidere sui programmi di aggiustamento, sulle riforme che uno Stato in debito deve adottare, il rischio è che Goldman Sachs, Nomura e altri colossi finanziari dettino le condizioni, con i parlamenti deputati soltanto a trascrivere in legge le indicazioni dei creditori, come accaduto in Grecia.


Lo chiamano “salva Stati”. Ma davvero serve a salvarli?


L’obiettivo del MES è specificato all’art. 3 del trattato: “L'obiettivo del MES è quello di mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità, secondo condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, a beneficio dei membri del MES che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari, se indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e quella dei suoi Stati membri”. Questo spiega perché è uno strumento cui possono accedere solo i Paesi che hanno adottato l’euro, perché non vuole essere strumento di solidarietà per i singoli membri UE in quanto tali, ma solo in funzione della stabilità della moneta.


Perché è così importante la stabilità della moneta?


Posti dai trattati europei in competizione, gli Stati non possono ricevere aiuti diretti e non possono essi stessi aiutare le aziende perché ciò determinerebbe una alterazione delle regole di mercato sancite nei trattati (art. 123 e ss. TFUE).

Tutte le regole poste sul controllo dei bilanci, austerity compresa, servono ad evitare squilibri finanziari che possano riversarsi sulla stabilità dell'euro. In un sistema così concepito, è del tutto coerente che gli aiuti finanziari non siano pensati e destinati al singolo Stato in quanto tale, in quanto comunità o società, ma solo quale soggetto finanziario che può influire negativamente sulla stabilità della moneta, ossia dell’euro.

Il famoso “Whatever it takes” di Mario Draghi del 2012 non era certo inteso a tutelare o aiutare i singoli Stati, anche se esso ha indirettamente certo aiutato quelli più indebitati come l’Italia: quel programma di Quantitative easing era dunque un sostegno alla stabilità finanziaria degli Stati dell’Eurozona, per preservare la moneta unica, posta sotto uno stress di gravità pari solo a quella che stiamo vivendo oggi.

E per l'Italia non è comunque stato indolore: il programma di Qe era stato preceduto dalla famosa lettera inviata dalla Bce all'ultimo governo Berlusconi. Le riforme suggerite in quella lettera sono state poi adottate dal governo Monti, compresa la revisione dell'articolo 81 della Costituzione sull'equilibrio tra entrate e spese nel bilancio dello Stato. Le altre indicazioni erano: ridurre il costo degli impiegati pubblici, stringere sul turnovere e "riducendo gli stipendi". E ancora: rivedere le norme sulle assunzioni e i licenziamenti dei lavoratori. Poi, secondo Trichet e Draghi, serviva una "piena liberalizzazione" dei servizi pubblici locali, prevedendone la "privatizzazione su larga scala". Inutile dire che la maggior parte di queste riforme sono state poi attuate dal 2012 in poi.


Non si può indagare né processare il Mes


Un altro aspetto controverso riguarda l'immunità e l'inviolabilità assoluta del Mes, del suo personale e delle sedi e degli uffici di sua pertinenza. Gli atti e le attività del Mes sono anche protetti da clausole di assoluta segretezza, alle quali solo al parlamento tedesco è stata concessa un'eccezione dopo che la Germania l'aveva posta come condizione necessaria alla ratifica. Solo a Berlino dunque il ministro delle finanze riferisce periodicamente in parlamento sulle attività del Mes. Tutti gli altri ministri delle finanze “che lavorano dentro il Mes sono tenuti al segreto professionale, come un qualunque dirigente di banca”, recita l'articolo 34 del trattato istitutivo. Sul personale, sui locali e sugli atti del Mes sono escluse attività investigative come perquisizioni e intercettazioni, e quindi anche qualsiasi imputazione penale. Ciò equipara lo status giuridico dei membri del Mes, e soprattutto del Direttore generale, a quello del Presidente della Repubblica italiana o ai sovrani delle monarchie costituzionali come Spagna o Regno Unito.