Pfizer smentisce la durata del green pass

di Gianluca Mavaro


Nel chiedere il permesso per la terza dose, la compagnia scrive che dopo cinque mesi dal vaccino la protezione contro i sintomi del Covid viene considerata «non diversa da zero». Un'aperta contraddizione con il green pass, che dura addirittura dodici mesi. Intanto Israele ha già cominciato con le nuove somministrazioni per tutti, negli Stati Uniti, invece, l'autorizzazione è stata negata. Pfizer ha testato il richiamo su appena trecentosei pazienti per circa due mesi e senza formare alcun gruppo placebo


Protezione da sintomi «non diversa da zero» dopo 6 mesi


L'ammissione è della stessa Pfizer: l'efficacia del vaccino svanisce e per questo è utile, se non necessaria, la terza dose. Per tutti. Per avvalorare questa tesi l'azienda riferisce una serie di studi e di dati che indicano una netta diminuzione dell'efficacia del vaccino nel tempo.


Ecco cosa scrive Pfizer sulle possibilità di contagiarsi dopo appena cinque mesi dal vaccino:

"Dal 20 giugno al 17 luglio 2021 l'efficacia contro le infezioni da SARS-CoV-2 e contro i sintomi è diminuita progressivamente con l'aumentare del tempo: individui vaccinati a gennaio avevano solo il 16% di efficacia contro la COVID-19 sintomatica, il che non è statisticamente diverso da zero"
(Pfizer, Vaccines and Related biological products advisory committee briefing document)

Riguardo invece all'efficacia complessiva del vaccino contro la variante Delta, leggiamo che all'inizio dell'estate nei residenti in Israele completamente vaccinati «l'efficacia contro l'infezione è stata solo del 39,0% e contro i sintomi del 40,5%. Ciò è notevolmente inferiore alle stime di efficacia pubblicate precedentemente». Lo scrive Pfizer nel documento. Si riferisce a uno studio del ministero della Salute israeliano che però prescinde da quando i pazienti siano stati vaccinati.


Per quanto riguarda la Covid-19 asintomatica (e il relativo rischio di trasmissione) non sono disponibili studi rigorosi ed affidabili. I test condotti dalle case farmaceutiche non potevano o non hanno voluto studiare il contagio asintomatico.


Il documento sul richiamo per tutti, bocciato


Il documento è pubblicato sul sito dell'autorità regolatoria statunitense, la Food and drug administration ed è relativo all'incontro tra casa farmaceutica e il comitato indipendente dell'agenzia, incaricato di esprimere pareri non vincolanti ma di assoluta rilevanza. La Fda si è attenuta infatti al parere espresso e ha bocciato l'estensione della terza dose per tutti gli americani. Negli Stati Uniti sarà riservata agli ultrasessantacinquenni e a persone con gravi patologie. Il verdetto va contro le conclusioni di Pfizer che evidenziava benefici per tutte le classi di età esaminate.


Terza dose, su quanti pazienti e per quanto tempo è stata testata


Dopo una fase 1 che ha coinvolto 23 persone, la sicurezza, la tollerabilità e la risposta immunitaria della terza dose sono stati valutati su 306 pazienti tra i 18 e i 55 anni, seguiti in media per due mesi e mezzo dopo il richiamo. Per quanto riguarda sicurezza ed effetti avversi, Pfizer non registra significative differenze rispetto agli effetti collaterali delle prime due dosi, eccetto un leggero aumento dell'incidenza di linfonodi ingrossati (linfoadenopatia).


Marco Cosentino: «Misurare solo anticorpi non offre garanzie»


La risposta immunitaria della terza dose invece, secondo l'azienda, sarebbe superiore a quella fornita dalle prime due. La protezione questa volta è misurata solo sul titolo anticorpale e non è disponibile un confronto con gruppo placebo controllato e in doppio cieco, spiega Marco Cosentino, ricercatore e professore di nanopatologia alla facoltà di medicina dell'Università dell'Insubria: «Ad oggi non vi è alcuna evidenza che un determinato profilo anticorpale possa avere un qualsivoglia significato rispetto ai rischi del Covid. La presenza di anticorpi in un qualsiasi individuo è considerata indicazione di un passato Covid o di una passata vaccinazione, ma non esistono livelli qualitativi o quantitativi utili a riconoscere l'esistenza di una protezione. E probabilmente non esisteranno mai».


«Dal punto di vista dell'industria - continua Cosentino - ciò rappresenta un'attraente prospettiva che le semplificherebbe enormemente la vita per questi come per futuri vaccini, dal punto di vista dei sistemi sanitari e dei cittadini un dato del genere non sposta di nulla "gli equilibri", poichè quello che serve in concreto per comprendere se e quanto un vaccino possa essere utile è documentarne la capacità di ridurre contagi, malattie, ricoveri e decessi. Ma per ottenere queste informazioni sono indispensabili quegli studi difficili, lunghi e costosi che tutte le aziende si sono affrettate ad abbandonare», conclude il prof. dell'Uninsubria.


A cosa serve il green pass


Il green pass è una scelta politica, non scientifica, che riguarda la campagna vaccinale. Non c'è nessuna prova che giustifica l'estensione del lasciapassare verde, anzi, ci sono indizi che suggeriscono tutto il contrario. Non esistono nemmeno evidenze sufficienti sul fatto che i vaccinati siano meno contagiosi. Il vaccino è ufficialmente un farmaco che «stimola la risposta immunitaria contro la Covid-19», scrive il Cdc. Il vaccino previene la malattia e non l'infezione.


Per i più giovani è sempre in dubbio il rapporto beneficio-rischio, alla luce delle ultime ricerche sui danni cardiaci e dei dati sul tasso di ricovero in rianimazione e di letalità. Quest'ultimo, secondo gli ultimi studi di sieroprevalenza condotti dal prof. John Ioannidis, celebre luminare dell'Università di Stanford, è inferiore allo 0,08% fino ai 49 anni.


I vaccinati con pass tenderanno a ridurre la compliance alle norme sanitarie e poi, per almeno sei mesi rischieranno contagi, sintomi e ricoveri nonostante l'inutile pass. Il tempo per ri-vaccinare tutti dopo sei mesi non c'è, così il governo ha deciso a-scientificamente per l'estensione di un provvedimento in bilico tra Costituzione e arbitrio. Il green pass infatti sopprime diritti fondamentali, condizionandoli a requisiti - ricevere un vaccino in regime condizionato o essere guariti - che non possono essere considerati obbligatori. Il green pass non incide sul rischio di contagio, che avviene anche tra i vaccinati. Ma solo riducendo quel rischio i poteri eccezionali dello stato d'emergenza dovrebbero considerarsi legittimi: la Costituzione italiana non permette di sopprimere diritti fondamentali - lavoro, libertà personale, studio e salute, come nel caso delle strutture sportive - per scopi politici di maggioranza, cioè l'adozione del green pass.